Recensione a Cca sugnu

 

Alessia e Michela Orlando:

CCA SUGNU!

di ALFIO PATTI

Alfio Patti

Stasira li cimi di l’arbuli
chi mòvinu la testa e li vrazza
parranu d’amuri a la terra
e io li sentu
Sunnu li paroli di sempri
chi vui scurdastivu,
cumpagni di viaggiu
nudi e pilusi,
in transitu dintra gaggi di ferru. (…)

Ignazio ButtittaCUMPAGNI DI VIAGGIU – COMPAGNI DI VIAGGIO
Stasera le cime degli alberi / che muovono la testa e le braccia / parlano d’amore alla terra /e io le sento. / Sono le parole di sempre / che voi avete dimenticato, / compagni di viaggio /nudi e pelosi, / in transito dentro gabbie di ferro.
Ora, ca non haiu
cchiù nenti
e ccchiù nuddu
ppi cu’ spenniri
i me’ sònnira,
mi sentu arrizzittàtu. (…)
Alfio PattiORFANU – ORFANO. Ora, che non ho / più niente / e più nessuno / per cui spendere / i miei sogni, / mi sento più quieto.
CCA SUGNU!
A proposito di Alfio PATTI e della scrittura poetica è corretto parlare di “campo ubertoso”.
Lo fa Salvatore DI MARCO, Natale 2011, nella Prefazione a CCA SUGNU(Poesie 2009 – 2011), Prova d’Autore Casa Editrice, marzo 2012. La silloge, divisa in tre parti, CCA SUGNUSUNTELEYA (Alleanza), MENZAMÀI (Non sia mai), prefazione di Salvatore Di Marco e postfazione di Rita Verderame, è l’ultima opera di Alfio Patti, la cui vena poetica è nota anche al pubblico televisivo. La prefazione, che per la sua natura anticipa il testo, è stavolta e come sempre, per principio, la parte del libro che leggeremmo dopo aver lasciato almeno scorrere lo sguardo sulle altre pagine, ripromettendoci di rileggere. Perché? Perché spesso il nome, il peso specifico, le esperienze di chi la redige, avranno il potere depistante di indicarti le prime miniere di sensazioni che coglierai facilmente, poi, grazie alla sua guida sapiente. Forse sarà un’arma a doppio taglio che ti porrà davanti una barriera alla scoperta delle altre qualità.
Stavolta no. Stavolta la barriera l’avevamo già dentro, giacché la stima preconcetta nei confronti di Alfio Patti avrebbe dovuto indurci a leggere il suo libro e a commentarlo solo con lui. Siamo contro le recensioni di comodo, contro le recensioni ai libri scritti da persone amiche, contro le recensioni dei libri pubblicati dalle case editrici che ti pubblicano. Siamo contro a una valanga di faccende che richiedono un filtro morale per evitare che si parli di una Opera e se ne parli bene, solo perché scritta da persona cui non diresti mai qualcosa di negativo, cui non segnaleresti un elemento non gradito.
La Prefazione, dunque, è lo strumento che abbiamo utilizzato per dimenticarci di Alfio Patti, per fare erompere le sue parole libere nella mente, ormai sgombra, giacché lo si stava ri-scoprendo attraverso le parole di un altro personaggio della Cultura. L’aspettativa: le parole degli altri sono grimaldelli per la tua mente. Esse hanno capacità evocative che le tue perdono nel momento in cui le scrivi: te ne innamori, non le cancelleresti mai perché ti pare di averle strappate da un tuo Nulla interiore, la parte che non conosci, che inevitabilmente ti emoziona. Non è il senso a emozionarti, non il contenuto, bensì il contenitore che per noi è sempre un vuoto da riempire.
Ciò ha implicato il dover approfondire il personaggio Salvatore Di Marco. Leggiamo che è “Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana” e che è “un esponente della cultura militante”. Egli dichiara: Ho sempre sentito il fascino del dialetto e le sue suggestioni nell’approccio con un linguaggio carico di suoni inediti e di significati nuovi.
C’è già tutto. Ci troviamo tutto, tutto quel che serve per aprire la mente a temi rilevanti, forti, capaci di introdurre la poetica di Alfio Patti in CCA SUGNO! Non ti aspetterai più il linguaggio arido del presente, non ti imbatterai certamente nel linguaggio tecnico, che ha invaso anche la narrativa dove si intessono trame intorno alle quali si arrotano le storie dei protagonisti, ma senza alcun pregio stilistico.
Rileggi la prefazione e ti fermi su ciò che per Di Marco è il mondo artistico di Alfio Patti: (…) i punti di riferimento sono stati il suo amore per la cultura siciliana, i suoi linguaggi e il suo patrimonio etno – antropologico, ma pure la sua attenzione agli sviluppi della poesia dialettale siciliana e della letteratura del Novecento italiano ed europeo. Tutto ciò, quindi, attraverso la chiave di lettura di Di Marco, ci aspettiamo, adesso, di ritrovare nelle parole poetiche, dialettali, di Alfio Patti. Se non le avessimo lette ci saremmo fermate a una lettura passionale – appassionata dei contenitori, le parole, senza andare alla ricerca della capacità rivoluzionaria che ogni parola può assumere se ad agitarla sia un Poeta.
Non a caso il prefatore sceglie alcuni versi della lirica Sdilliriu (Delirio):
«Vi parru ccu paroli e linguaggiu
ca si perdinu nt’a zabbobbia d’î tempi
e sti paroli s’ammiscanu e si ‘mpurtusanu
nta ‘n jalofaru
ca nni subbissa arredi
di millenni».
Ovvero: Vi parlo con parole e linguaggio / che si smarriscono nel ventre dei tempi / e queste si frammischiano e si rifugiano in un vortice / che ci sommerge nuovamente di millenni.
Il resto della prefazione ci svela retroscena su quali siano state le soluzioni adottate da Alfio Patti per risolvere i problemi connessi alla scrittura in dialetto. Sono di ordine ortografico, soprattutto, ma anche grammaticale, lessicale, morfosintattico. Sono sempre gli stessi, per tutti i dialetti, ed è lì la ricchezza, una delle miniere, che si deve andare a ricercare quando si legge la poesia dialettale. Le soluzioni di Alfio Patti sono tutte godibilissime e si reggono, ovvio, ma è una vera fortuna (preziosa, che speriamo resti inattaccabile dalla corruzione del tempo e dell’uomo), sulle radici che affondano nel linguaggio parlato dalla sua gente, quella di San Gregorio di Catania. Inevitabilmente l’albero è cresciuto, rami si gettano dappertutto, nuovi virgulti cercano la luce e, così come ricorda Di Marco, Mario Grasso, prefatore aNudi e crudi ancora di Alfio Patti (2006) giunge a scrivere: «Il raccontare è necessariamente veicolato dalla parola e gli episodi, nudi e crudi, vengono presentati nelle antiche vesti dei loro significati di quella volta. Parole che, man mano, ricostruiscono un castello di luci costituito da memoria e linguaggio. E non importa più stabilire se il primato sia della memoria o della parola, perché questi due elementi sono essi stessi il carburante della vita».
Quel carburante Alfio Patti alimenta di ossigeno, del lievito della creatività. Lo fa incessantemente, aderendo alla sua storia personale, a quella della sua gente, eppure liberandosene per poter accedere a nuovi significati, per accendere altre luci nel castello della memoria, che non è mai obiettiva, e del linguaggio che, se è sempre lo stesso, è morto. Si pensi almeno a un suo neologismo, lo indichiamo per i suoi valori evidenti, che troviamo nella lirica CCA SUGNU, che dà il titolo al libro:sattavàtu. Si riferisce ai Guna che nel sistema filosofico Samkhya dicono delle tre qualità costitutive della Natura materiale, alludendo alla Creazione o Prakriti, principio cosmico femminile, contrapposto al Creatore Purusha che ne è, invece, il principio maschile. Per questo, sicuramente per tutto ciò, non ci è riuscito di individuare un verso che non sia capace di far intuire messaggi nuovi, di regalare chiavi di lettura sorprendenti, di svelare retroscena e far intravedere accadimenti, anche futuri, ma certi. Come è anche per l’esserci: CCA SUGNU! – ECCOMI!, che ci pare rappresentare un fatto ancora non accaduto, che sta per accadere da qui a un attimo. E adesso Alfio Patti c’è, c’è davvero con questo suo meraviglioso libro. C’è integralmente, con la sua storia, con quella della sua gente, con la sua dirompente parola per ricchezza poetica, per messaggi emozionanti e rivoluzionari. C’è con il suo Siciliano che, come segnala la Prof. Rita Verderame inPostfazione: (…) offre ad Alfio Patti un’ulteriore possibilità di racconto dell’ieri (con le sue ore ormai perdute) e dell’oggi (con i suoi travagli, anche sociali, perché la sua poesia è attraversata da schegge della cronaca, basti pensare alle frequenti allusioni alle condizioni di spaesata nostalgia e miserevole abbandono degli emigranti clandestini e ai turbamenti che accompagnano l’incontro di etnie e culture diverse); di questa pulsione affabu-latoria è non trascurabile indizio l’elevato indice di frequenza dei termini e del polo semantico attinenti al cuntu. Una prova ulteriore di quanto vitale sia il ruolo rivestito nella letteratura contemporanea dal dialetto.
CCA SUGNU!
Mi sdirrubbàru!
A terra m’apparàu
nta na notti di luna china.

Cca sugnu
comu si’ cca tu.
Chi cci staiu a fari?
N’ô sacciu.
Comu n’ ô sai tu.

Cca sugnu

e picca è
’sta vita
ca squagghiàu
comu sali di salèra.

Cca sugnu
e m’aviti a suppurtari
comu iù vi supportu.

Sugnu cca
mi taliu a llatu
e non vidu a nuddu
né davanti né d’arredi.

Sugnu cca, ppi modu di diri.

Ci sugnu e non ci sugnu,
ci semu e non ci semu.
Nenti semu
nenti sugnu.

Allura?

Tuttu stu schifiu
chi l’haiu fattu a fari?

Forsi m’ha sirvutu
p’allinarimi a menti
ppi cunvincirimi ca iù c’era
nsomma… ca ci sugnu ancora.

(È tuttu allenamentu!)

N’allinamu pp’â partita granni.
Forsi mancu u sapemu.

Jittamu i carti ‘n terra!

T’accorgi ca finisci
“lu tempi di li carcariddi”
e ca a carni arrappa.
T’addumanni, allura,
s’ha’ statu unu ntamatu
o unu arraggiatu.
T’allinàtu na vita sana
ppi esseri sattavàtu
p’attruvari dd’equilibriu
ca non hai avutu mai.

Ràjas e Tàmas
ha’ statu
comu a ’sta terra e ’sta genti
e stu sonnu
ca ni fa circari
l’antica spiranza,
lu misteru arcanu:
comu supra
accussì sutta.

Cca sugnu
comu è veru
ca non c’haiu statu mai.

Alfio Patti

ECCOMI!
Mi hanno buttato giù / la terra mi ha ricevuto / in una notte di luna piena. / Eccomi / come sei qui tu. / Che ci sto a fare? / Non lo so. / Come non lo sai tu. / Eccomi / e poca è / questa vita / che si è sciolta / come sale di saliera. / Eccomi / e mi dovete sopportare / come io vi sopporto. / Eccomi / mi guardo a lato / e non vedo nessuno / né davanti né dietro. / Sono qui per modo di dire. / Ci sono e non ci sono, / ci siamo e non ci siamo. / Niente siamo / niente sono. / Allora? / Tutto questo frastuono / che l’ho fatto a fare? / Forse mi è servito / per allenarmi la mente / per convincermi che io c’ero / insomma … che ci sono ancora. (È tutto allenamento) / Ci alleniamo per la partita grande. / Forse nemmeno lo sappiamo. / Buttiamo giù le carte! / Ti accorgi che finisce / il tempo degli schiamazzi” / e la carne si raggrinzisce. / Ti chiedi, allora, / se sei stato indolente / o passionale. / Ti sei allenato una vita intera / per essere saggio / per trovare quell’equilibrio / che non hai avuto mai. / Ràjas e Tàmas / sei stato / come questa terra e questa gente / e questo sogno / che ci fa cercare / l’antica speranza, / il mistero arcano: / come sopra così sotto. / Eccomi / come è vero / che non ci sono stato mai.

Luci, nel castello della Memoria, per Alfio Patti, scatto di Alessia e Michela Orlando, progetto AMO.

http://www.napolimisteriosa.it/alessia-e-michela-orlando-cca-sugnu-di-alfio-patti/

 

Informazioni su alfio patti

Poeta, aedo e cantore di Sicilia. Studioso della lingua e della cultura siciliana
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