Da “La Sicilia”

 

CT1312-CS01-31

 

 

ALLAKATALLA

QUANDO LA PAROLA SI FA POESIA E LA POESIA CANTO

 

È il titolo del corso tenuto da ALFIO PATTI, poeta, studioso della poesia siciliana colta e popolare all’Università Nazionale Autonoma del Messico (Unam), Dipartimento di Lettere Italiane della cattedra straordinaria Italo Calvino.

– In che modo sono state articolate le lezioni?
«Con l’ausilio di una chitarra d’eccezione, usata da Joan Manuel Serrat, celebre cantautore spagnolo-catalano, prestatami per l’occasione, e di un semplice powerpoint, ho ripercorso, a volo d’uccello, ottocento anni di letteratura a partire dalla scuola siciliana del Regale Solium di Federico II di Svevia fino ai giorni nostri. Le lezioni sono state divise in una parte esclusivamente teorico-didattica e un’altra artistico-musicale con canti e cunti attinenti alla lezione del giorno. Nella prima ho parlato della scuola poetica siciliana, dei poeti-giuristi e della poesia cortese e amorosa. Di seguito, ho tracciato il percorso del genere “Contrasto”, caratteristico della letteratura latina, medievale e romanza tanto diffuso in Sicilia. E, ancora, i poeti dal 1400 al 1600, con particolare riferimento a Bartolomeo Asmundo, Girolamo D’Avila, Giovanni Nicolò Rizzari e al principe dei poeti siciliani, Antonio Veneziano. La lezione ha visto l’intervento a sorpresa della prof. ssa Mariapia Lamberti, la quale ha parlato dell’amicizia del Veneziano con Miguel Cervantes. Apprezzato anche l’incontro dedicato all’ultimo petrarchista siciliano, Giuseppe Nicolosi Scandurra e alla poetessa Graziosa Casella, autrice catanese della prima metà del ‘900. Entrambi hanno cantato l’amore e la natura; il primo in modo platonico e ideale, la seconda in modo concreto e passionale. Non sono stati trascurati i poeti del Novecento, con particolare riferimento a tre grandi della nostra poesia: Vincenzo De Simone, parnassiano per eccellenza, definito il D’Annunzio di Sicilia; Ignazio Buttitta, il quale parlò del contingente e del precario con le sue poesie civili e sociali; Mario Grasso, poeta fuori dal coro, tra simboli e polemiche, fino a Gabriella Rossitto (l’amore traslato), Marco Scalabrino (lo sperimentalismo) e al sottoscritto – in cui la forza della parola si fa scudo e spada».
– Tra tanti, quali i temi che hanno destato maggiore interesse?
«Quelli dell’amore e dell’ingiustizia sociale. Ecco perché nella lezione sui cantastorie, il “Lamentu ppi Turiddu Carnavali” e “La Barunissa di Carini” hanno attraversato i cuori degli astanti. I giovani messicani, assetati di conoscenza, hanno palesato verso la letteratura siciliana grande rispetto e ammirazione. Certo, occorre saper porgere la disciplina con garbo e metodologia ma soprattutto credendoci fino in fondo».
– Quale la singolarità di questo corso?
«Il rapporto tra siciliano e spagnolo, non solo attraverso le parole ma anche attraverso il costrutto delle frasi e delle espressioni. Per esempio: il nostro “non diri mancu pìu” (non aprir bocca), in spagnolo si dice “no decir no pìo”; come quando una cosa fa male alla salute noi diciamo “mi fa dannu” in spagnolo “me hace daño”. Così per le espressioni “mi affaccio da mia madre” o “Gesuzzu”, allo sternuto del bambino… Ho parlato in siciliano con molta disinvoltura e i ragazzi, tra i migliori del corso, coglievano al volo le battute».
– La poesia, quella autentica, è generosa, sa donarsi pienamente fino a divenire un tutt’uno col lettore; schiude, senza posa, quella girandola di identificazioni che la rendono nostra per sempre. Questa premessa per avviare una riflessione sul valore odierno della poesia e sul ruolo che ha (o dovrebbe avere) il poeta.
«Credo che oggi, più di ieri, il poeta abbia un ruolo determinante nella società. I poeti non hanno fucili né cannoni ma incutono un certo timore ai “poteri forti” perché hanno la parola che arriva nel profondo delle persone e principalmente dei giovani che, educati alla non violenza e alla democrazia, vogliono riappropriarsi di quel dialogo che viene loro negato. Ecco perché scrivono poesia. A me la poesia ha dato più di un’amante fedele. È stata rifugio e pulpito, unico mezzo per comunicare in una società in cui l’uomo cerca l’uomo fra una verità virtuale e un’altra reale».

GRAZIA CALANNA

 

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GRAZIOSA CASELLA, LA CATANESE POETESSA DELL’AMORE
«Oh, duci Amuri, amari vogghiu, amari! / Amari finu a l’ultimi suspiri». In questi versi di Graziosa Casella si condensa tutta la sua visione del mondo. L’amore innanzitutto, l’amore soprattutto. A parlare della poetessa catanese è stato Alfio Patti, cultore della poesia siciliana e reduce da un seminario sulla lingua e poesia siciliane all’Università di Città del Messico, nell’ambito della conferenza organizzata dalla presidente dell’archeoclub di Catania, prof. Giusy Liuzzo, dal titolo ” Arsura d’amuri” omaggio a Graziosa Casella, poetessa catanese vissuta nella prima metà del Novecento (Catania 1906-1959) e della quale sta per essere pubblicato un libro critico con trentaquattro poesie amorose. «Ardere d’amore è un privilegio – dice Alfio Patti – una fede che consuma, ma che fa rinascere a nuova vita». Libera, autentica, dolce, sincera, spartana, capace, amante della cultura, lottò con forza e determinazione contro quel mondo che le si mostrò ostile sin dai primi momenti. Una femminista ante litteram messa a tacere dall’oblio. Graziosa Casella fu la sola poetessa che prese parte attivamente ai movimenti poetici del dopoguerra a Catania e fu intensamente presente in attività letterarie e culturali soprattutto fra il 1945 e il 1959. Molte sue poesie si trovano sparse su giornali dell’epoca, ma della sua attività, intensa e prolifica, che la vide a tu per tu con i maggiori poeti e intellettuali di quel periodo, nulla è stato scritto e pubblicato. Tutto è caduto nell’oblio. Il suo percorso culturale, che la vede anche conoscitrice della lingua italiana e dell’inglese, sembra essere stato cancellato da un destino avverso. Collaborò assiduamente con i circoli culturali catanesi e scrisse sul “Lei è lariu”, rivista di satira, politica e cultura che riprese le attività il 24 maggio 1945 a Catania dopo essere stata chiusa durante il fascismo. Alfio Patti, dopo aver recitato alcune poesie amorose che vedono la poetessa “cifalota” innamorata di un certo Vanni, di ventotto anni (molto più giovane di lei), ha eseguito alla chitarra alcuni brani da lui musicati.

MARIA ROSA VITALITI

Informazioni su alfio patti

Poeta, aedo e cantore di Sicilia. Studioso della lingua e della cultura siciliana
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