Rassegna stampa

La Sicilia-13-12-2012

ALFIO PATTI

ORO DI TRINACRIA

 “Canzuneri ppi Rusidda” edito da Boemi Catania 2006

Giuseppe Nicolosi Scandurra al microscopio poetico di Alfio Patti

Il rapporto che si stabilisce fra il filologo e la sua edizione di un testo è sempre particolare, e ha la sua ragion d’essere nelle motivazioni che hanno spinto l’editore del testo a vestire i panni del filologo e del critico testuale.
Queste motivazioni Alfio Patti le chiarisce bene nella “premessa” che precede l’opera: l’occasione di occuparsi di Nicolosi Scandurra si genera dietro lo stimolo di un amico poeta, Salvatore Camilleri, e si radica in un contesto di studi appassionati e di sodalizi culturali, scaturendone come naturale conseguenza fra le tante, salvo poi diventare oggetto privilegiato, vagheggiato e amato di riflessione a posteriori, dopo l’incontro con la parola del poeta studiato: allora dall’occasione meramente “libresca” nasce , quasi inaspettato  forse, l’afflato lirico che immette calore e vita nel freddo lavoro tecnico. Il filologo sente una particolare consonanza fra il proprio mondo espressivo e quello dell’autore èdito:e se alla poesia, e alla poesia dialettale in particolare,  si chiede soprattutto suono ed espressione, oltre che una carica evocativa che la lingua ufficiale non può avere, ecco che la musica del dialetto siciliano del poeta ottocentesco tocca le medesime corde della sensibilità di Alfio Patti, il quale vi scopre qualcosa che da un lato sazia il suo bisogno di strappare all’atra notte dell’oblio una parola che squarcia un mondo, e dall’altro rivela di contenere qualcosa di universalizzabile, che può essere esteso a patrimonio comune. Di qui il limae labor sul dialetto, onde sfrondarlo di quella patina di eccessivo carattere locale per poterlo proporre a tutti i siciliani e perché tutti possano riconoscersi in quella lingua e dire “qui c’è qualcosa del mio mondo”. La ricerca di una koinè siciliana, come felicemente la definisce lo stesso Alfio Patti, corrisponde al bisogno di diffondere il più possibile longe lateque questa poesia. Dicevamo del brivido che accompagna il contatto con  un autore che è anche, suo malgrado, araldo e sentinella  di un mondo e di un’umanità da salvare, e di come esso aggiunga senso all’operazione meramente filologica. C’è di più: il modo di cantare l’amore di questo autore può divenire simbolo di un sentire siciliano che supera le barriere temporali  e si erge a monumentum aere perennius,modello culturale ed espressivo da esportare conferendogli quella dignità cui raramente la poesia dialettale  riesce ad assurgere. Di ciò ci informa il curatore del testo raccontando brevemente di un viaggio in Messico, in cui il “Canzuneri” è stato realmente veicolo della sicilianità nel mondo ed ha suscitato un interesse specifico per la poesia siciliana. D’altra parte, come ci ricorda la prof.ssa Verdirame nella sua chiarissima introduzione, operazioni culturali come questa rendono possibile mostrare come ancora oggi si possa dire con Dante che ciò che si compone di poetico in Italia si chiama siciliano.

Questo lavoro è come il poeta, il filologo e la loro (la nostra) terra: appassionato, ricco di intima vitalità, mosso da un’energia che si apre il varco a tutti i costi come può esserlo solo ciò che è per sua natura effusivo ed ha l’urgenza di riversarsi in tutta la sovrabbondante ricchezza, forza e varietà delle proprie nuances. Questo lavoro è anche figlio dell’esigenza , per l’uomo Alfio Patti, di riconquistare un tempo che rischia di perdersi e di salvare da certo naufragio una dimensione che, a parte la sua intrinseca validità di modello culturale da opporre a tutto ciò che vorrebbe cancellarne l’identità profonda, è  anche cara al cuore. Con formula omerica si direbbe “kecaristo qumw”, con tutte le implicazioni che questa radice car comporta, e che sono insieme di grazia, bellezza, dono, favore, gratuità e gratitudine. Non a caso l’ultima opera poetica del Patti si concludeva invocando la necessità di ricucire la vita che si scuce giorno dopo giorno. E’ un paziente lavoro di ricucitura degli strappi che non è rammendo ma restauro, capace di restituirci, in tutta la forza e la vivezza della propria espressività, il grande affresco di un mondo che ha gli splendori e la solennità di ciò che nella repubblica delle Lettere suole definirsi “classico”, ma anche la intima energia di ciò che affonda le proprie radici nella vita del popolo,in un sentire pienamente umano che conosce ben pochi filtri.  Nicolosi Scandurra è figlio di un’epoca che ha conosciuto da tempo il positivismo e i suoi fervori progressisti, con tutto quello che ciò comporta al livello della scrittura letteraria ,e cioè il risveglio del naturalismo e la sua volontà di rappresentare ambienti e personaggi in maniera più o meno oggettiva e distaccata. La particolarità di Nicolosi Scandurra è che egli è poeta illetterato, e quindi forse con lui più che con altri autori coevi si scopre una capacità di dar vita ad un mondo il cui cantore è talmente partecipe da essere quasi un pezzo di Sicilia stessa che parla, che canta. Ne scaturisce una restituzione di ambienti, persone e situazioni straordinariamente aderente al vero, radicata com’è in quella sapienza popolare che fa sempre da sfondo alle liriche, sebbene mista ad un’aura di letterarietà che non è assolutamente accademica (non poteva esserlo!) bensì spontanea, naive (nativa, originaria e autentica come acqua che scaturisce da pura fonte e non certo improvvisata!), residente nelle latebre del cuore di quest’uomo in cui la poesia si manifesta come modo peculiare di sentire prima ancora che di pensare la realtà. E’ per questo che leggere il Canzuneri significa compiere un viaggio, un viaggio in parallelo nel mondo del poeta e in quello del suo filologo, tanto lontano nella pratica della propria vita dal mondo del suo poeta quanto vicino a quel mondo nei sacrari della memoria, che conservano gelosamente scenari agresti, paesani, luogo ove riposano le intatte memorie degli avi, scenari della propria infanzia che ritornano in alcuni momenti di limpido lirismo nell’opera poetica di Alfio Patti : mi riferisco in particolare a  “Nudi e crudi” e al ricordo di quella carusanza che è presente ancora nel cuore dell’uomo adulto, un’età felice vissuta fra strade ancora polverose, in quella piana di Catania che è caleidoscopio rutilante di colori vivi, accesi, malinconici, pieni di pathos, intrisi di quella dolceamara sicilianità che è nel sangue di entrambi, del poeta e del suo editore. C’è un itinerario che si traccia davanti al lettore di questi versi, e che ha una sua intima coerenza. Si parte da un dato concreto, che resterà sempre sullo sfondo del Canzuneri: la condizione sociale del poeta-amante, sentita sin dall’inizio come inferiore a quella della sua amata. Il poeta è un umile contadino al soldo del padre di Rusidda, e sente il bisogno di riscattare in qualche modo la sua condizione, giustificandola nel canto con un sentimento impastato di siculo orgoglio ma anche venato profondamente di un carattere elegiaco che, per noi fruitori “letterati” della poesia, riecheggia  quello che ci suscitano alcune figure limpidamente, icasticamente disegnate dal Leopardi , quali quella di Saffo nell’”Ultimo canto”, in cui si riprende la tematica della natura nobile nascosta sotto un corpo vile. Il nostro poeta , in quanto innamorato, sente il bisogno di essere trovato bello dalla sua amata, e prova dolore del suo abito rattoppato e delle sue scarpe inzaccherate, e con un moto di orgoglio afferma (o meglio immagina di affermare) a testa alta davanti all’oggetto del suo amore che egli è ancora “caruso” ma si sente già uomo e inoltre di rivendicare l’incolpevolezza della propria condizione con quel fatalismo che è di marca squisitamente siciliana (“nun è difettu mai la puvirtati/zoccu tocca ad ognunu si lu pigghia”, scrive in “Pirchì”). Il poeta si pone nei confronti di Rusidda come maestro che le insegna i piccoli grandi doni del mondo agreste e bucolico, atteggiandosi in questo ad adulto. La presenza della donna è tuttuno con la natura e con l’ispirazione poetica stessa, ed essa  è l’interlocutrice silenziosa di un infinito dialogo d’amore che il poeta intreccia con tutti gli elementi naturali. Vivissimo è il ricordo del Petrarca di “Chiare,  fresche e dolci acque…” che chiede “udienza insieme” alle “dolenti sue parole estreme” a tutti gli elementi che hanno avuto la grazia di ospitare Laura, vicino nell’elegia e nel soliloquio ma lontano nel temperamento, poco incline alla malinconia e piuttosto pronto alle accensioni passionali. Il mondo bucolico stesso che è il teatro di questa storia d’amore non ha la letterarietà stilizzata dei grandi modelli classici, Teocrito e Virgilio, ma ha piuttosto il nitore pronto a macchiarsi di sangue delle vicende della “Cavalleria rusticana” cui è vicino per un certo andamento melodrammatico del canto e non certo per gli esiti della vicenda, che riesce piuttosto alle luminose plaghe di una solitudine sublimata dalla presenza della donna-musa, una donna che appare non differente nel suo essere diafana da una fata morgana.
Il mondo di Nicolosi Scandurra ha una sua organicità e una intima coerenza spiegabili dall’interno o al massimo con il ricorso al confronto con il melodramma coevo. La figura dei due innamorati mi fa subito pensare a Nemorino e Adina del donizettiano “Elisir d’amore” prima che a Francesco e Laura: la convenzione letteraria cede il passo a un animo in cui tutto è poesia, e la realtà e l’immaginazione si fondono in una simbiosi che è già greca, compresa in quel concetto di “physis” che lega indissolubilmente l’uomo alla natura per essere tutto frutto di un medesimo “Chaos”, tanto indistinto quanto ricco di concentrata energia vitale. La campagna, gli animali, il poeta e Rusidda stessa sono varie facce di uno stesso poliedro, fatto di un’energia che si può manifestare come armonia o come discrasia, ma che è vulcanica, effusiva, magmatica, ed ha bisogno di solidificarsi per poter assumere una forma definitiva. La campagna siciliana di Scandurra è un contenitore, un vaso ideale che dà forma ai sentimenti e alle passioni, quasi liquidi che per loro natura invadono tutti gli angoli e prendono la forma di ciò che li contiene. La campagna di Nicolosi Scandurra non è stilizzata come quella dei bucolici antichi, ma viva, palpitante, carnale e sanguigna e a volte rarefatta e angelica come può esserlo soltanto la terra di Sicilia. I pastori che popolano gli idilli teocritei e le ecloghe virgiliane sono in fondo dei poeti dottissimi che ingaggiano spesso gare di canto: il povero protagonista del “Canzuneri” non arriva a tali altezze, ma propone un grumo vitale che non è solo suo, ma lascia affiorare un mondo di saggezza antica che lo fa, suo malgrado, ai nostri occhi, “archeologo” di quel mondo, e con lui anche Alfio Patti.
Il fil rouge che lega tutto il canto è la Poesia, che rinasce prepotente in mille modi anche dopo che la morte ha sottratto per sempre l’amata agli occhi del poeta .La morte dunque, creata insieme con  Amore secondo antiche tradizioni mitologiche greche : e proprio l’amore e la morte formano un nucleo indissolubile, come due facce della stessa medaglia, che l’opera mette in campo prepotentemente, con tutta la carica di intenso e disperato pathos che ne deriva, e che si può generare solo quando il divino oggetto della propria passione contiene in sé l’inganno del transeunte e quindi è pronto a cadere e a tradire involontariamente. Il canto scaturisce da un’unica fonte, quella dell’ispirazione poetica che Rusidda veste di amore : anche quando l’amata non c’è più la sua assenza è parimenti generatrice di poesia, una poesia parimenti elegiaca, perché anche in vita l’oggetto del desiderio è sempre lontano. La natura, dopo la morte di Rusidda, non ha più vita, non ha armonie da poter suggerire al poeta che le canta, e tuttavia parla per lei la sua assenza, che sottrae vita al paesaggio ma aggiunge nuove sfumature al canto poetico di cui è unica Musa.

Elio Distefano

ALFIO PATTI – NUDI E CRUDI
Ricercatezza di temi e novità di linguaggio
Recensione alla Silloge Nudi e Crudi – Ed. Prova d’Autore

Sui quotidiani nazionali e stranieri appaiono con una certa frequenza articoli che si occupano dei problemi della comunicazione e tutti mettono in rilievo la progressiva scomparsa di un gran numero di lingue, che fino a qualche decennio addietro erano circa 6500 e ora non superano probabilmente il numero di 5000.
Le cause di questa drastica riduzione sono molteplici e non è questa la sede più adatta per esaminarle dettagliatamente. Ci basta ricordarne solo alcune, come il progresso della civiltà, che impone l’uso di nuovi termini e nuove strutture, i fenomeni di globalizzazione che ci costringono a superare i confini delle singole nazioni uniformando e appiattendo gli idiomi parlati dalle singole comunità statuali, e infine i grandi rivolgimenti politici che ostacolano in alcuni casi l’espansione di alcuni idiomi, favorendo la diffusione di altri che assumono maggiore prestigio.
Se questa è la situazione delle lingue  nazionali, non è certo rosea quella dei dialetti, che stanno vivendo una vita particolarmente difficile. Il dialetto ha infatti una posizione secondaria rispetto a un sistema linguistico dominante rappresentato dalla lingua nazionale; è usato in aree geografiche limitate e da gruppi sociali ristretti; è normalmente escluso in ambito ufficiale e tecnico‑scientifico. Alle limitazioni e alle difficoltà insite nel concetto stesso di dialetto se ne sono aggiunte altre in questi ultimi decenni caratterizzati dal vorticoso progresso che sta quasi travolgendo le istituzioni sociali e modificando profondamente le nostre conoscenze in ogni campo. A tutto ciò si aggiunga la rapida trasformazione dall’antica civiltà agricola e pastorale a quella industriale che comporta nuovi stili di vita e quindi nuovi codici di comunicazione, ai quali le parlate locali spesso non hanno avuto il tempo di adeguarsi. Si consideri, infine, che quasi tutti i dialetti sono lingue orali e non scritte e non hanno perciò un sistema ortografico codificato, che possa aiutarli a difendersi dagli attacchi che subiscono dalle lingue dominanti attraverso la stampa e la televisione.
Se da questa situazione generale rivolgiamo il nostro sguardo all’Italia, possiamo affermare, senza tema di smentita, che i nostri dialetti dimostrano ancora oggi una grande vitalità e questo anche perché hanno una plurisecolare tradizione storica e culturale che attenua senza dubbio la loro posizione di subalternità, per cui i dialettofoni continuano ad usarli senza complessi di inferiorità, colmando eventuali insufficienze lessicali con neoformazioni e con prestiti da altre lingue.
In questo variegato panorama nazionale occupa un posto di particolare rilievo il dialetto siciliano che, oltre a un uso abbastanza frequente presso quasi tutte le classi sociali, può vantare una ricca produzione letteraria che va dalla Scuola poetica siciliana di Federico II ai nostri giorni. Sappiamo bene che le opere in prosa sono abbastanza rare, mentre sono particolarmente numerose quelle in versi. Si ha l’impressione che usando il proprio dialetto i poeti isolani, oltre a continuare una millenaria tradizione, vogliano rinverdire le loro radici e mantenere viva la lingua trasmessa dagli avi.
Ma non tutte le raccolte di poesie siciliane che vengono alla luce sono degne di attenzione. Molti autori non riescono a scegliere tra le numerose parlate isolane quella più adatta per esprimere con armonia e spontaneità i loro sentimenti, ma restano prigionieri di una presunta koinè dialettale che si sono arbitrariamente costruiti. Altri non hanno un sistema ortografico coerente, per cui diventa spesso un rebus la lettura dei loro versi. Altri, infine, non sanno che cosa sia la struttura metrica dei versi e pensano che per fare poesia basta mettere insieme termini arcaici, che solo pochissimi oggi conoscono, e costruire strutture sintattiche contorte che rendono artificiosa l’espressione dei loro sentimenti.
Per fortuna da questo mare magnum di modesta produzione poetica emerge qualche opera che non solo fa vibrare le corde più profonde del nostro cuore, ma ci fa gustare la bellezza e l’armonia della nostra parlata dialettale. Tra queste raccolte poetiche eccellenti possiamo annoverare senza dubbio il recente volumetto di Alfio Patti dal titolo originale Nudi e crudi, che comprende 34 poesie di varia estensione, suddivise in tre sezioni: Carusanza (6 liriche), Matelicheria (13), Saccurafa (15).
Ogni poesia è accompagnata dalla traduzione in lingua italiana, fatta dallo stesso autore, che ci aiuta a capire l’esatto valore semantico di alcuni termini polisemici che potrebbero creare qualche difficoltà ermeneutica per chi non conosce le molteplici sfumature del lessico siciliano. L’introduzione, breve ma densa di significato, è affidata alla penna magistrale di Mario Grasso, che in poche righe riesce a cogliere i sentimenti più profondi dell’autore e la ‘filosofia’ della sua vita. La veste tipografica, curata nei minimi particolari, rispecchia appieno la tradizione di eleganza e di stile della casa editrice Prova d’Autore.
Oltre che per questi elementi che potremmo dire esteriori, questo volume di Patti si impone all’attenzione del lettore soprattutto per la solida struttura, per la varietà e l’originalità dei temi trattati, per il sapiente uso del dialetto e per l’armonia dei versi.
Per quel che riguarda la struttura ci limitiamo a dire che i temi trattati ben si adattano al titolo di ciascuna delle tre sezioni. Le sei poesie di Carusanza cantano momenti della prima giovinezza, rivisti però sotto la luce di una nuova e più matura esperienza umana. Si vedano, ad esempio, i versi di Santu e riccu nei quali alle corse in bicicletta fatte dal ragazzino per soddisfare le richieste della nonna, si contrappongono le corse in macchina dell’uomo maturo smanioso di arrivare ad una meta, che resta però avvolta nel mistero. Anche la poesia T’affacciasti richiama un’esperienza che quasi tutti i ragazzi una volta facevano: il corteggiamento della donna amata passando e ripassando davanti alla sua porta, e facendo segni di intesa per fissare un appuntamento, che però in questo caso non giunge a buon fine perché il giovane non può raggiungere il luogo convenuto.
Su temi diversi si sviluppano le 13 poesie della seconda sezione, tra le quali ci soffermiamo un attimo a considerare quella che le dà il titolo: Matelicherìa, sostantivo che deriva dall’aggettivo matèlicu. L’etimologia ci fa risalire a Matelica, cittadina in provincia di Macerata, ma non ci aiuta a capire i molteplici significati che Matèlicu ha assunto. Vale infatti: 1) eccessivamente meticoloso; 2) antipatico; 3) sputasentenze; 4) lezioso, smorfioso; 5) schifiltoso; 6) rozzo, villano. Se tutti questi concetti stanno alla base di matelicherìa, questa parola non può significare solo ‘leziosaggine’, come si legge nel Vocabolario Siciliano di Piccitto‑Tropea. Ha fatto bene, quindi, Alfio Patti a tradurlo ‘antipatia’, cogliendo appieno il nucleo semantico che questo termine ha nella sua poesia. Scostante e antipatico appare infatti l’onorevole che si fa la propaganda elettorale andando di porta in porta tra la povera gente. Egli mantiene un atteggiamento di schifiltosa superiorità (“U nasu s’arrizza, tantu c’è tanfu. / Du’ jita stringiunu i manu”), che serve da orpello alle promesse che elargisce, ma che non saranno mantenute.
Anche se fotografa e rappresenta poeticamente una situazione sociale oggi molto diffusa, questa poesia non può dare da sola l’idea della ricca tematica di questa seconda sezione, nella quale l’autore ha inserito alcuni componimenti che mettono a nudo i recessi più profondi della sua anima, e fanno riflettere il lettore su problematiche alle quali è difficile dare risposte obbiettive e condivise da tutti. In questo ambito va collocato senza dubbio il soliloquio che si trova quasi a metà del volume e che ha un titolo accattivante Muschittarìa ppi na parrata a sulu. In esso il poeta dialogando con se stesso affronta tre problemi che tutti gli uomini almeno una volta nella loro vita si sono posti: che cos’è la vita?, che cos’è la morte?, dov’è Dio? E a ciascuna domanda dà risposte personalissime, che possono non essere condivise, ma che testimoniano il suo tormento e la sua sete insaziabile di certezze alle quali aggrapparsi per raggiungere la pace dell’animo e vivere felice.
La ricerca della religiosità aveva fatto la sua apparizione nella poesia intitolata Stasira, inclusa nella prima sezione. Il poeta passando davanti a una chiesa sente un tuffo al cuore. Entra e cerca di pregare, ma la sua fede non è abbastanza forte da fargli superare tutti i dubbi che lo attanagliano, per cui esce senza avere formulato la sua preghiera, ma con l’intenzione di cambiare atteggiamento: Iù, stasira, / haiu cori di cangiari.
Ma i propositi dei giovani non vanno sempre a buon fine. Per cui in Prijiera, con un respiro più vasto e un più profondo tormento, ritorna a riflettere su Dio e su alcune risposte che trova nei testi sacri, senza raggiungere però risultati positivi. Anzi l’atteggiamento che il poeta assume è polemico e lo spinge a fare considerazioni aspre e pungenti come la punta di una spada (Signuri unni si? / Ti nni futtisti d’i me’ frati, / d’i me’ patri, / d’i me’ figghi?). La sua reazione non scaturisce solo dall’ambito familiare ma coinvolge tutta l’umanità, perché da alcuni versi molto significativi si evince l’inutilità della vita priva di gioie e di godimenti, e la vittoria della forza bruta che non viene affatto bloccata dall’Essere Supremo (Cchi nni facisti a ffari? / Vinci sempri u cchiù forti / e a to forza unn’è?).
Questo pessimismo lo ritroviamo in tante altre liriche, che bisognerebbe esaminare singolarmente per apprezzare la varietà dello stile e la molteplicità delle situazioni che il poeta sa sfruttare per raggiungere il suo scopo. Nella poesia Nugghi (terre sterili), ad esempio, si susseguono varie immagini (come la mancanza di rugiada, la candela che brucia le ali della falena, l’albero che barcolla quasi per salutare il sole che infastidito se ne va, la luna che aspetta un profondo mutamento della situazione, l’universo che invia parole stanche), che sembrano staccate l’una dall’altra, ma che  trovano il loro punto di fusione nell’ultimo verso: I terri addivintaru nugghi. Verso che, oltre al suo significato letterale, ne ha uno metaforico molto profondo, perché sottolinea il lento esaurirsi della linfa vitale che alimenta tutto il creato.
Altrettanto ricca di temi è la terza sezione che ha come titolo una parola di origine neogreca: saccurafa ‘ago da sacchi’. Negli ultimi versi che concludono il volume il poeta ci spiega lo scopo di questa sua scelta: Vogghiu cogghiri, / comu na saccuràfa, / tutti i punti persi / di sta vita ca si scusi / jornu dopu jornu. Sulla scorta di queste parole sarebbe assurdo pensare che siano qui raccolte e cucite insieme le briciole della precedente produzione poetica di Alfio Patti, cioè quello che non aveva trovato posto nelle sezioni precedenti o nei volumi già pubblicati: Canti di petra lava (Caltanissetta, 1985); Una vita di scorta (Roma, 1989), La parola ferma in gola (Catania, 2003). Invece, chi legge le 15 poesie di questa terza sezione troverà non solo temi nuovi, ma anche una nuova capacità di trasferire in immagini i propri sentimenti. Sembra quasi il preludio di una nuova stagione poetica, come lasciano intravedere alcuni versi della poesia senza titolo che si trova a pagina 63: Sta agghiurnannu, / quattru carusi sbannuti s’arricogghiunu. / ‘N jornu comu tanti sta ucchiannu. La ricerca spasmodica della verità metafisica si è un po’ attenuata, ma è rimasta ancora la visione pessimistica della vita che si riflette anche nei paesaggi cantati dal poeta: ‘N jornu di na vita nfamia e ruffiana, / unni non havi vucca la campana, / unni l’aria salìa spranzi / ‘nzemmula a fogghi. La luna, la sera, la pioggia, la nebbia, le strade e le piazze deserte che avevamo incontrato nelle prime due sezioni si ritrovano qui, anche se soffusi talvolta di malinconia. Il sole appare poche volte e non è rappresentato come fonte di luce che si contrappone al buio della notte, ma come un astro infuocato che brucia tutto: E ntô filu d’ô menzujornu, / quannu u suli cutiddiava i strati / e i carusi jucavanu a zuppiddu, / p’accurzari a trazzera d’u tempu, / a negghia non c’era (in Arrivau a negghia).
Queste brevi notazioni non sono sufficienti, a nostro avviso, per cogliere appieno il valore della poesia di Alfio Patti. Bisognerebbe commentare ogni singolo componimento per metterne in luce l’originalità e le solide basi culturali dalle quali scaturisce, ma questo ci porterebbe molto lontano dai limiti che ci siamo prefissi. Non possiamo fare a meno però di fare qualche osservazione sulla lingua di questo poeta, lingua che è la sostanza stessa della poesia.
Patti ha scelto di scrivere in siciliano ed in primo luogo ha superato brillantemente tutte le difficoltà ortografiche che s’incontrano nella normale trascrizione del dialetto. Ha usato con la giusta parsimonia accenti acuti, gravi e circonflessi, apostrofetti e consonanti doppie in posizione iniziale che non si trovano in italiano. Per cui diventa abbastanza facile non solo la lettura, ma anche l’interpretazione di alcune parole e di interi versi.
Per quel che riguarda il lessico e le strutture morfosintattiche egli ha preferito il suo dialetto, cioè quello della Sicilia orientale ben rappresentato dalla parlata catanese. Ma anche in questa scelta è stato molto oculato evitando termini troppo peculiari che avrebbero potuto creare qualche problema a lettori sprovveduti. Non ha esitato comunque a usare la parola arcaica o rara quando lo richiedevano particolari esigenze poetiche. Si legga, ad esempio, la seguente strofe della poesia intitolata Parola: A risatedda d’u ntrabuniri, / salutatu d’aceddi a sbardu, / si purtau a furma e i cunfini. Il concetto è semplice ‘all’imbrunire non si distinguono bene le forme e la posizione delle cose’, ma il poeta lo ha espresso con una vis poetica e una ricchezza di immagini eccezionali: ‘il sorriso del crepuscolo’, ‘gli stormi d’uccelli che salutano la fine del giorno’, ‘l’oscurità che porta via la forma e i contorni delle cose’. Basterebbe questo solo esempio per dimostrare la ricchezza e la novità del linguaggio che troviamo in questo volume di Patti. Ma non possiamo fare a meno di sottolineare l’uso appropriato di espressioni popolari, che non hanno un significato pregnante, ma sono beffarde e ricche di musicalità: Ccu trìcchiti e ballàcchiti, / quattru di furma e quattru di sola, / ni futteru a stidda Dia. E ancora: Ppi ddi facci ncripidduti / (e u suli e u sali). / Ppi vinnuti e vinnituri / (e a lenza e a vilanza). / Ppi traduti e tradituri / (e a minzogna e a ngnuranza).
Accanto ad esse egli usa anche qualche parola presa in prestito dalla lingua italiana, come ad esempio endometriu ‘mucosa che riveste l’interno dell’utero’, perché il dialetto non ha un termine specifico per esprimere questo concetto: Addevi c’addattati u latti fattu ‘n casa, / e acqua nt’ô quatu n’a jisterna / ccu mazzamareddi janchi a ficundari / e l’endometriu prontu ca rricivi. E questo è un altro carattere positivo della lingua di Patti, perché i prestiti insieme con le neoformazioni servono ad arricchire il lessico. Per quel che riguarda la metrica il nostro poeta usa costantemente il verso libero, che gli permette di esprime con la dovuta forza tutta l’armonia interiore di cui è ricco. Non ha bisogno, infatti, di rime che spesso trasformano i componimenti poetici in stucchevoli cantilene, gli basta qualche assonanza, qualche consonanza e la corretta posizione degli accenti in ciascun verso per creare liriche armoniose e musicalmente gradevoli.
Concludendo, riteniamo che con questa raccolta di poesie Patti abbia dato un contributo notevole non solo alla poesia siciliana, ma anche al linguaggio letterario isolano, dimostrando come si può poetare in dialetto innovando e raggiungendo vette altissime. Per cui, oltre ad augurare grande fortuna a questo libretto, formuliamo l’auspicio che presto il nostro autore dia alla luce altre opere pregevoli come questa.

Giuseppe Gulino
già docente di Dialettologia all’Università di Catania

Articolo tratto da: Lunario Nuovo Rassegna mensile di Scrittura creativa diretto e fondato da Mario Grasso – nov. 2006

ALFIO PATTI

La rapsodia della vita

Spunti per una lettura di “Nudi e crudi” di ALFIO PATTI (Prova d’Autore, 2006)

La seconda raccolta di versi di Alfio Patti presenta una struttura tripartita: si parte dai ricordi della “carusanza” e, passando attraverso la “matelicheria” del presente, si approda alla “saccurafa”, ideale ago per ricucire il tessuto lacero dell’esistenza umana con il filo della memoria. L’inizio è segnato da una dichiarazione doppia, di argomento e di poetica, e questo ne fa una sorta di proemio: in “Arrivau a negghia” si disegna lo scenario che dominerà i versi con tocchi rapidi e densi, non impressionistici ma, per la loro intrinseca forza, capaci di farsi linee portanti dell’opera dal punto di vista tematico: i “carusi/scausi e nudi” sono assoluti protagonisti di una ideale giornata vissuta su quelle strade che diventano il teatro (reso quasi sacro dalla memoria) in cui si svolge l’umana commedia dell’infanzia. La nebbia, con la sua caratteristica di elemento che impedisce di vedere, e quindi isola, allora “non c’era”, e questo dato visivo rimanda immediatamente ad una dimensione in cui si comunica senza schermi. Il nume tutelare di quel tempo così caro e dolce è “don Tanu, mastru d’ascia”, che resta sullo sfondo poiché non è una figura chiaramente connotata: questo è molto bello perché lo introduce “’nta sta favula antica” lasciando la fantasia dei lettori libera di spaziare e d’immaginarselo ora vicino di casa, ora nonno premuroso e dolce, ora infine –ed è l’immagine che in chi scrive è affiorata per prima alla memoria- come una sorta di Geppetto intento a dirozzare un pezzo di legno che diverrà poi il più discolo dei bambini, curioso , bugiardo e assetato di vita tanto da assurgere ad emblema di ogni bambino e-perché no- di questi “carusi” fra cui si adombra la figura del protagonista. In “Parola” l’accento si sposta sul mezzo con cui si dipingerà questo grande affresco : la parola, appunto. Anche qui curiosamente ritorna lo schema della prima lirica, che racchiude emblematicamente entro i confini di una giornata l’esperienza e le potenzialità della parola, capace di cantare “’u suli autu” dell’età verde con la forza delle emozioni che vi sono connesse e di divenire com’esso “forti e chiara”, e “u suli aggiuccatu” di ciò che finisce, quando essa, “rauca”, “muzzica ‘u silenziu”. E ancora, quando il silenzio ha divorato forma e confini, essa si erge con il suo potere eternatore e diventa “cuntu”, cioè racconto, canto, rapsodia che ricuce ed eterna la vita dell’uomo. Nella ricchezza delle suggestioni che evoca, questa lirica può essere paragonata all’oraziano “exegi monumentum aere perennius”, ripreso poi dal Foscolo dei “Sepolcri”. Si evidenzia, nella chiusa di questa lirica, uno schema che ricorrerà altre volte , specie nella prima sezione della silloge (schema che non è solo esteriore, retorico, strutturale, ma è legato ai meccanismi della memoria): quell’aura di sogno che domina il dolce, elegiaco canto dell’infanzia lontana e preziosa, viene a un tratto bruscamente spazzata via, come in un risveglio improvviso, dal ritorno al presente, che irrompe con la sua urgenza. Il senso del cambiamento viene trasmesso ai lettori con una gravitas che solo noi siciliani, pur nella nostra solarità (anzi, direi proprio in virtù di quella!) sappiamo avere, senza sentimentalismi e compiacimenti di sorta, ma con la solennità di un sipario che cala improvviso sugli uomini e sulle loro vicende (anche qui, a proposito di chiuse e ideali “sipari”, gli echi classici si sprecano: dal virgiliano “maioresque cadunt altis de montibus umbrae”(Verg., Ecl. I, 83) al foscoliano “finchè splenda il sol su le sciagure umane” (Sepolcri, 295).
Esempi ne sono “ ‘u scuru” che “m’abbrazzò” dopo che la parola divenne racconto, il “poi/ m’arrusbigghiai, all’antrasatta” nella lirica “Santu e riccu” (bellissimo e antico, qui, il gesto benedicente della nonna, segno di autentica fede e di amore profondo, interpretato dal piccolo nipote come una mera captatio benevolentiae), che segna lo stacco fra il racconto dell’infanzia beata e la doccia fredda della notizia della morte, e la chiusa stessa della lirica, in cui, a completare il gioco oppositivo passato-presente in termini di passato=gioia(illusione)/presente=dolore (disillusione), si pone in campo l’infanzia del figlio del protagonista-autore, protetto dal padre che non lo sveglia e “tira dritto” per recarsi al funerale. Sulla medesima linea si collocano l’immagine del cortile antico dove il protagonista è cresciuto, che “non smamma cchiu’ carusi”, e ancora l’inizio e la fine dell’ultima lirica di “carusanza”, contrassegnati da due versi-sipario: all’inizio “t’affacciasti/e ppi mia agghiurnau” e alla fine “non mi vidisti arrivari/e ppi tia scurau”, dove l’improvviso cambio di scena è dovuto all’azione dell’amore che sconvolge tutto , e fa “agghiurnari” quando arriva e “scurari” quando tarda: è l’antico potere dell’amore (l’Amor omnia vincit di ovidiana memoria). Il soprassalto è presente pure in “Stasira”, espresso con un bel termine siciliano, “arrisatari”, cioè “sobbalzare”: qui si tratta di un sentimento profondo, oscuro, non ben definito, che si presenta al cuore del protagonista e lo spinge ad entrare in una chiesa, da adulto (e quindi disilluso) per impostare una preghiera con Dio, sicuramente da Lui stesso sollecitato a questo dialogo, che però si ferma laddove il protagonista riconosce che , pur stando vicino a Dio, non è facile non fare il male, mentre un desiderio di cambiamento, suscitato da Dio stesso ma vissuto come se fosse venuto da dentro, si fa strada nel cuore .
Passando a “matelicheria”, nella prima lirica , “ ’A rrunna ”, l’opposizione fra passato e presente si fa schema per approcciare temi che sono più vicini agli ideali del protagonista-autore: il ragazzo scalzo e nudo di una volta è diventato un giovane adulto che sogna di cambiare il mondo.
La vita associata è concepita sempre come una sorta di militanza: da bambini si stava in fila nelle situazioni in cui l’ordine era probabilmente imposto dai grandi, mentre da adulti si sta in cerchio , facendo fronte comune per piantare un seme nuovo nel mondo – un mondo da cambiare con la forza rivoluzionaria dei sogni. Qui si adombra chiaramente la militanza politica giovanile dell’autore e il suo mondo di ideali non ancora spenti al modo delle “fole” leopardiane, ma vivi pur in un presente non maturo per accoglierli e che aspetta ancora “tempi scammisati”. Qui è notevole il fatto che l’immagine della nudità si riferisca all’ambito politico-ideologico: essa è un vero e proprio leit-motiv che percorre la silloge, dall’immagine iniziale dei “carusi scausi e nudi” fino a qui, tracciando un percorso segnato dalla nuda essenzialità, da una crudezza che si applica tanto all’ambito della propria infanzia quanto al modo di concepire gl’ideali più elevati. Il pessimismo che accompagna la presa di coscienza della realtà non riesce a spegnere la fede nell’uomo e nella sua dignità, la sete ardente di vita adombrata nei numerosi riferimenti al desiderio di rinascere non in un’altra, ma in questa medesima dimensione.
Il presente è vissuto come aridità e isterilimento, come un incombere della notte. Perfino lo “sciusciamaccu”, cioè lo sciocco, riesce ad essere triste, abbandonando la sua incosciente allegrezza. Le lacrime come un balsamo bagnano la pietra inaridita su cui cadono , le ossa sono rotte e il cuore “agguttatu”. Nella sezione finale “saccurafa”, si rivela l’intento del poeta di usare la parola e la memoria come strumenti privilegiati per ricostruire “i punti persi/di sta vita ca si scusi/jornu dopu jornu”. Il poeta è artigiano-artista, che recupera e attualizza il passato fissandolo con l’ago della memoria e il filo del dialetto, pregnante e vivido come una ferita sulle carni, da cui spurga un perenne salasso d’umanità.
Notevole è l’uso del dialetto. Patti qui combatte con quella che i Latini chiamavano “patrii sermonis egestas”: anch’egli, come il romano Lucrezio, si affida ad una lingua antica, che ha sapore di latte materno e profuma della ruvida saggezza dei padri, ma si accorge che essa, ai tempi nostri e a causa dell’elaborazione letteraria cui è sottoposta, non ha parole per dire alcuni concetti che appartengono al lessico scientifico, quali “endometrio”, “ossidiana”, “selenio” ed altri, i quali vengono lasciati come sono, salvo adattarne le desinenze e il vocalismo a quelli del siciliano (l’endometrio citato sopra diventa “endometriu”, il selenio “sileniu”). Alle volte sono presenti dei sorprendenti conii di composti come “jocafocu” per dire “kamikaze”, in cui l’inventiva verbale dell’autore riesce ad esiti geniali che coniugano culture distanti e questo, insieme con l’universo d’immagini che si piega a cantare, rende la lingua di Patti aristotelicamente “straniata” e quindi estremamente letteraria.
Alfio Patti è un temperamento passionale, graffiante e profondamente malinconico, e questo emerge anche quando piange composto, quasi in silenzio, la fine della “carusanza” con le sue ruvide innocenti gioie.
Nudi e crudi non sono solo i versi di Alfio, ma anche gli uomini che popolano il suo mondo di ricordi, con le ginocchia facilmente sbucciate su strade pietrose e assetate d’acqua che non sono meno “nude e crude” esse stesse dell’umanità cui fanno da teatro; e “nudi e crudi” sono infine i ricordi stessi, che affiorano alla mente dell’adulto con la freschezza diafana di un acquerello le cui tinte si fanno d’un tratto forti nel momento in cui, per il confronto con il presente, essi escono dalla dimensione del sogno e della visione e palesano la loro natura di brandelli d’anima, ancora grondanti di sangue, di quel sangue che si sparge ogni giorno idealmente in ingrato sacrificio al dio cattivo della fatica, che nega agli uomini il diritto a godere e li costringe a traslocare sempre da una casa all’altra. Emerge l’attaccamento sanguigno e quasi carnale ad una vita piena d’affanno, la cui unica religione sono i ricordi della “carusanza”, vissuta anch’essa su strade scomode, aspre e accidentate, ma riscattata comunque dal sogno che accompagna l’età verde. Nudo e crudo è il dialetto con la sua caratteristica di strumento comunicativo immediato, forte, pregnante, sanguigno come questi ricordi, un modo di esprimersi in cui è impresso a fuoco il marchio atavico e ancestrale dell’umano, spoglio di ogni orpello retorico eppure carico di sogno come non ci si aspetterebbe da un popolo come quello siciliano in cui anche le donne sono forti e in grado di essere delle vere “matriarche”. Eppure questo mondo è soffuso di una dolcezza, di una sensucht che scaturisce, come sempre quando è autentica, dal dolore, di cui è raro e prezioso distillato.

Elio Distefano
poeta e critico

Articolo tratto da

Lunario Nuovo Rassegna mensile di Scrittura creativa diretto e fondato da Mario Grasso – nov. 2006

ALFIO PATTI

 La parola ferma in gola,

 Prova d’autore, Catania, 2003

di Anna Maria Di Falco

Gregorio Scalia, protagonista del romanzo, emigrato da anni a Venezia, torna in Sicilia in occasione del funerale della madre e nella narrazione dei pochi giorni che trascorre nel suo paese d’origine fa rivivere le contraddizioni di una terra amata e nel contempo odiata dai suoi figli, mai, comunque, dimenticata.
Il romanzo, in forma lieve e senza appesantimenti retorici, attraverso i pensieri, le emozioni, i sentimenti, la nostalgia, il giudizio a volte amaro del suo protagonista, pone all’attenzione del lettore un problema che, specialmente nel passato è stato fortemente sentito dai siciliani: l’abbandono della loro terra per andare alla ricerca di una vita migliore. Un abbandono sofferto, visto che ogni siciliano rimane nel suo cuore saldamente ancorato alle sue radici e prova un dolore sordo quando se ne va: “Dobbiamo confessarlo”, pensa il protagonista mentre il traghetto si allontana e si lascia alle spalle la costa siciliana, “diciamo peste e corna della nostra terra, siamo fortemente critici e vorremmo scappare via per respirare aria di rinnovamento, poi, quando ci troviamo sullo Stretto proviamo una stretta
al cuore”.
Molto raramente, però, un siciliano riesce apertamente a confidare questi suoi sentimenti, infatti il più delle volte accade che egli non può esprimere la parola che si ferma in gola e non si pronuncia mai.
La narrazione si snoda fluida, accattivante, non di rado ironica, spesso velata di malinconia, e coinvolge il lettore tenendo costantemente desti l’attenzione e la curiosità per le situazioni, i luoghi, le persone che rivivono agli occhi del protagonista in una dimensione diversa da quella della memoria gelosamente conservata negli anni e divenuta per questo motivo quasi mitica.
La scelta sapiente, infine, dell’uso di un italiano regionale rende colloquiale e ancora più piacevole il discorso, che non è privo spesso di
termini siciliani, che per la loro pregnante connotazione semantica sono intraducibili, salvo a banalizzarne il significato più autentico.

Pubblicato sulla rivista “La Tecnica della Scuola” n. 13 del 20 febbraio 2003

ALFIO PATTI

Il nodo inestricabile delle proprie radici

di Silvana Carbonaro

Un italiano regionale per raccontare i vizi e le virtù di un paese siciliano, quali appaiono all’ottica inquieta di chi, allontanandosene, non
ha saputo, né voluto cancellarli dalla propria vita.

Giunge l’architetto Gregorio Scalia in Sicilia per il funerale della madre. La rivisitazione dell’isola, si rimette sin dalle prime pagine al “ritorno dell’esule”, da Ulisse a Foscolo, a Vittorini, a Pavese. incluso il ritorno impossibile di ‘Ntoni Malavoglia. Una tradizione illustre che trae il crisma dell’universalità dall’urgenza tenace nell’uomo di recuperare, con l’infanzia, una tranche de vie ancora intatta dalle ombre lunghe dell’età adulta. Va da sé che tale ritorno, metaforicamente inteso come reimmersione nel passato, finisce per dichiarare ogni volta la sua sconfitta, in quanto non ci si bagna mai due volte nelle stesse acque di un fiume. A maggior ragione il fallimento è scontato per quanti abbiano consumato l'”abbandono del nido” e portino nell’intimo le stimmate del tradimento.
Non diverso il caso di Gregorio Scalia, mentre avverte la propria separatezza dall’habitat natale, e giudica dall’alto di una pretestuosa superiorità cittadina le storture del paese (San Girolamo): i lacci mafiosi, le connivenze, le speculazioni edilizie, le raccomandazioni; in definitiva, la prontezza dei “furbi”, di contro all’apatica soggezione degli onesti; quel farsi canna quando tira vento; quel baciare le mani a chi, invece, andrebbero tagliate o, al più, quel dimenarsi sempre restando nella stessa pania, nell’incapacità di scalfire il sistema.

Gli serve questo per stornare da sé l’idea insistente di essere volato via come foglia caduca, per coprire l’eco non meno assidua della premonizione materna: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?”, per garantirsi delle attenuanti. Così, fra ciò che descrive (gli incontri con i parenti, gli amici, i conoscenti di un tempo, affatturati come da antica malia; i luoghi stessi degli incontri: la piazza, simbolo dell’inettitudine, gli interni familiari e i sapori del passato, l’interno della casa materna con i risvegli di Gregorio madido di sudore) e ciò che si legge dietro le righe, si colloca lo spazio dell’ambiguità narrativa, che è la parte più notevole del romanzo. La focalizzazione, affidata all’Io protagonista, indirettamente rivela la delusione di un perdono agognato; e il pianto della natura, violata dal progresso e dalla corruzione (A me sembrò che il carramuni piangesse le ultime gocce di latte e la cerza nana fosse diventata una spettatrice disincantata), traduce in simbolo un’altra pena e un altro pianto, indotti da una Colpa bifronte che ha il volto della madre, da un lato; quello di un amore distrutto, dall’altro. Affrancarsene, ad onta di ogni buon proposito, non pare rientri nei desideri più profondi del protagonista, se il groppo (gli ‘ncuttumi) che sente chiunque abbandoni l’isola, è stato da Scalia ogni volta soltanto rimosso (Sono ormai vent’anni che non prendo il treno, né per venire in Sicilia né per tornare a Venezia. L’aereo è certo più comodo e veloce. Così non ho più potuto dire quella parola “gli ‘ncuttumi”).  E’ la parola ferma in gola a recitare l’ultimo atto.

Pubblicato sulla rivista “Scuolainsieme” n. 4 Aprile/maggio 2003

ALFIO PATTI
LA PAROLA FERMA IN GOLA

EDITRICE PROVA D’AUTORE 2003

di Marco Scalabrino

“ Tutto autenticamente siciliano “.
È lo stesso autore che, in epilogo quasi delle centoquaranta pagine circa del suo lavoro, ce ne fornisce, di prima mano, l’interpretazione originale.
Siciliana è difatti la scena (Venezia e l’Università, la laurea in Architettura, e Clara sono lontane, appena delineate sullo sfondo ): il fantomatico – ma non troppo a ben considerare – paese di San Girolamo, situato in collina di fronte allo Ionio, come giusto in quel di Catania la reale cittadina di San Gregorio;
siciliani sono i personaggi della vicenda, i loro nomi: Salvatore, Pippo, Nunzio, Carmelo, Tano, Nirìa, e ancora Teresa, Mariella, Cettina, Agata, Mariuccia, i loro cognomi: Scalia, Strano, Di Bella, Chinnici, Musumeci, Tomaselli, e le relative loro cornici socio-culturali e ambientali, le quali puntualmente vengono riferite man mano che i personaggi stessi si affacciano alla ribalta;
le “ minchie ” dell’ingegnere: a portasigarette, a portasapone, a portastuzzicadenti, a posacenere, a dondolo, il c.d. caffè, il segreto a tutti palese, il regalo per ottenere l’autorizzazione per costruire la casa (“ ma perché batte sempre sul discorso del regalo, sul caffè da offrire? Non è più facile chiamare le cose con il loro nome? Si chiamano tangenti, precisai “), pure esse sono del “ legno di castagno dell’Etna o di pietralava “;
e finanche lu ‘ncuttumi, “ la percezione di vuoto, il dolore sordo, depositato in fondo alla bocca dell’anima, il nodo alla gola che impedisce di comunicare “, LA PAROLA – appunto – FERMA IN GOLA, è appannaggio esclusivo dei Siciliani.
Ma sopra ogni altra cosa sono ancestralmente, protervamente siciliani il senso di appartenenza in toto alla Sicilia: “ Mentre il traghetto si allontana dalla costa il porto a forma di falce recide il cordone ombelicale che ci ha tenuto legato alla Sicilia. Diciamo peste e corna della nostra terra, siamo fortemente critici e vorremmo scappare via per respirare aria di rinnovamento, poi, quando ci troviamo sullo Stretto proviamo una stretta al cuore “,
e la susseguente esposizione wittgensteiniana di quel mondo, la formulazione ovvero lessicale e sintattica che Alfio Patti ne realizza, la quale, si rileva dalle note che corredano il volume, privilegia “ un italiano regionale di genuina fedeltà etnea “ e trabocca di espressioni, termini e dialoghi dialettali. In questi casi, l’esperienza ci insegna, gli esempi concreti valgono più di ogni pedante disquisizione: aggiornò, più confuso che persuaso, cìcare, acqua davanti e vento di dietro, ciappedde, carramuni, cerza, lappusu, svampare, carusi, mischini, sperto, sbannuto, scupetta, sminchiato, simanata …
Utile quindi tradurre o magari commentare siffatte voci, siffatte espressioni idiomatiche? Sì, forse; benché il loro significato nel più generale contesto si delinei, in molte circostanze, comprensibile o la loro penetrazione nella lingua nazionale è tale che, tutto sommato, non necessitino dell’operazione. In ogni caso ne risentirebbe l’atmosfera complessiva del lavoro. E allora, meglio di no.
S’è argomentato poc’anzi di scena, vicenda, ribalta, giacché in effetti i presupposti della “ rappresentazione ” sembrano ricorrere. Rappresentazione il cui incipit coincide col ritorno al paese natale di Gregorio – il protagonista principale – e che prosegue per tutti i sei giorni della sua permanenza. Un ritorno motivato dalla scomparsa della madre, Grazia, e punteggiato dal “ recupero ” di altre tragiche, misteriose, violente morti: Cuppulidda, Jano, Cristoforo, Emilia.
Emilia, “ l’amore della gioventù, forse l’unico. Quando un amore finisce per colpa del destino rimane cristallizzato così com’è al momento della sua improvvisa, accidentale interruzione. Quella notte fu colpa mia. Quella leggera foschia … non c’era il guardrail in quella maledetta strada! La curva si presentò tutto ad un tratto, quel buio fitto … “

San Girolamo è “ paese del quasi, del forse, mai del dunque “. Il ritorno ad esso, alle “ vituperate ” radici, gli è altresì premessa per ripensarsi come individuo e come essere sociale, per rivisitare, con gli immancabili distinguo, le severe autocritiche, le cocenti delusioni del senno di poi, la stagione del proprio impegno, per rispolverare contenuti, valori, vagheggiamenti giovanili avvolti ormai nella stagnola del tempo:
“ Non c’è vita di scorta, altrimenti … fallita la prima, potremmo rimediare con la seconda. Come cavolo si fa a maturare senza che nessuno ti aiuti? Eppure io ci sono riuscito … perché mi sono scrollato di dosso il concetto della perfezione. “ –
“ In passato io avevo militato nel partito comunista. Molti dei miei amici avevano scelto un modello di vita che a me non piaceva: andavano dietro ad un onorevole per tutta una vita. Noi, gli Scalia non eravamo andati dietro a nessuno. Tutti gli Scalia erano andati contro il potere. Del loro pane quotidiano non dovevano ringraziare nessuno. La politica l’abbiamo fatta col cuore, invece, questa brutta bestia va fatta col cervello. “ –
“ Avrei voluto che gli uomini prendessero coscienza della loro condizione e reagissero, dopo secoli di “ cose che non cambiano ”. Il tempo non era riuscito a togliere la scorza di quel paese dove nessuno deve arrogarsi il diritto di migliorare la qualità della vita, di progredire nella società. In quel paese la gente ti lascia solo quando prendi iniziative e si mette dietro i vetri e sotto i portici per vedere “ cosa sai fare ”. In quella terra tutto viene ridimensionato affinché non se ne parli più di tanto e la cosa iniziata muoia nel nulla. “
Notazioni amare ma vere, che denotano saldezza d’animo in chi le ammette, e ben tratteggiano talune delle molteplici sfaccettature di cui si compone l’indole dei Siciliani.
Ma non ci si figuri, per quanto detto, di ritrovarsi al cospetto di una scrittura seriosa! Ché, pure tra funerali presenti e lutti consumati, denunce di malcostume e corruzione, disillusioni politico-ideali … una sottile, garbata ironia si effonde nell’opera.

In tutto ciò, l’autore è un po’ Gregorio, Cristoforo, Jano, un po’ Mariella, Nunzio, Di Bella, un po’ Federico, il cantastorie dalle mani rusciane, l’uomo anziano dello scompartimento, nel senso che i “ caratteri ” dell’uomo-scrittore si ritrovano – è il mio avviso – disseminati, parcellizzati, condensati nella realtà di ognuno dei suoi personaggi. Alfio Patti, in buona sostanza, si “ serve ” di loro per consegnarci gli snodi della sua esperienza di vita, del suo credo politico, del suo incessante divenire di Siciliano.

Trapani, Luglio 2005

ALFIO PATTI

La poesia matèlica del poeta che prega bestemmiando
Fra metafore e allusioni, fra tradizione e modernità, un modo inedito di fare poesia siciliana

di Alessandra Muschella

“Matèlica perché – a dire di Alfio Patti, brillante poeta catanese – indispone il lettore distratto, l’uomo mediocre che non vuole guardarsi allo specchio, che non vuole fermarsi per meditare, riflettere e capire dove stia andando lui, e dove stia andando il mondo”. Così, vincendo le iniziali resistenze sul nome di battesimo da dare alla sua poesia, Alfio l’ha voluta definire.
Il termine mataioloicòs, di origine greca, e piuttosto diffuso nella zona etnea, e ha diversi significati, positivi e negativi. Da simpatico a vano, antipatico e superficiale, ma anche puntiglioso, meticoloso (Antonio Traina)comunque che indispone.
Alfio Patti costruisce la sua weltanschauung negli anni Settanta e Ottanta. Dagli anni subito dopo il Sessantotto, agli anni dell’ansia; a quelli di piombo, della delusione politica del tradimento dei padri e della crisi dell’ io. Matura, poi, la definitiva condizione di orfano politico all’alba degli anni Novanta, a tu per tu con le macerie della caduta del muro di Berlino.
Patti, però, nonostante dichiari di vivere alla continua ricerca di una identità personale e sociale, fra una miriade di identità distorte, affida alla sua poesia il compito di stimolare il lettore perché si imponga alla vita e alla società, nonostante tutto.
Un invito a reagire e un messaggio di speranza va colto nella sua poesia, e va colto scavando nel suo linguaggio poetico, scritto (nella forma), nel pieno rispetto della koiné dell’ortografia e della sintassi della lingua siciliana, ma con un proprio leitmotiv, una propria musicalità.
Da subito, il poeta di “Canti di Pietra Lava” (sua prima raccolta di esordio nel 1985) si è imposto un suo modo di fare poesia che consiste, innanzi tutto, nell’evitare i procedimenti ritmici convenzionali, le cadenze note e scontate, i versi di facili effetti, orecchiati e non originalmente costruiti. A essi egli contrappone un andamento quasi prosastico, ricco di allusioni, metafore e quel suo mondo che gli fa guardare gli uomini e la realtà con diffidenza.
Egli si sente cittadino della propria coscienza in una società caotica, che prima ancora di essere criticata andrebbe compresa.
La ricerca spasmodica dell’esistenza di Dio lo porta a pregare “bestemmiando” per rivendicare, col suo religioso ateismo, la dignità dell’uomo, calpestata dall’uomo. Insieme alla pace e alla libertà, negate dall’uomo. Rimettere a Dio la soluzione dei problemi della vita, concetto così tanto radicato nella cultura popolare, non lo convince! La cultura del più forte che la fa in barba all’onesto e all’indifeso fa scaturire dalla sua penna versi di sottile denuncia di una condizione umana universale in cui tutti gli emarginati, gli sfruttati si rivedono, quelli di ieri come quelli di oggi. In Patti la poesia ritorna accanto alla gente ma senza alcuna retorica né toni rivoluzionari e trionfalistici.

INTERVISTA AL POETA

Parlare di Alfio, cultore ed estimatore della poesia siciliana, non è facile. Da anni affermato nel mondo poetico siciliano, anche per le tante attività di promozione della poesia siciliana attraverso suoi spettacoli quali “Allakatalla” che porta in giro in Sicilia e all’estero, Alfio non segue schemi e aberrazioni delle avanguardie e dello sperimentalismo, ha trovato una sua fisionomia e una collocazione tra la tradizione e la modernità.

Perché scrivi in siciliano?
La lingua se la sceglie chi scrive, come il “mastro” si sceglie i ferri per lavorare. Il siciliano mi sembra di rottura con la lingua e la tradizione nazionale. Furono gli incontri con i poeti Ignazio Buttitta e Salvatore Camilleri che mi hanno dato il via per la scelta definitiva. La poesia siciliana, che è anche colta, è stata poco diffusa e snobbata dai grandi intellettuali siciliani. Forse ora vi è una timida ripresa e una maggiore attenzione per la poesia siciliana. Per natura sono per le minoranze e per chi ha poca voce: il siciliano ha bisogno di nuova linfa e di sostegno, e ho sposato la causa.

E’ una scelta comunicare con la poesia?
Spesso diventa un’esigenza. Oggi si parla tanto di comunicazione proprio perché la gente non sa più comunicare. La poesia non è mai stata per il grande pubblico, se bisogna essere sinceri, la narrativa, per esempio lo è di più. La poesia è un distillato che come tutti i liquori raffinati bisogna sapere apprezzare. In questi ultimi tempi, però, la poesia si sta aprendo alle nuove generazioni e forse perché in questa era tecnologicamente intelligente gli uomini vogliono reagire alla refrattarietà, alla superficialità, insomma, vogliono vivere a dimensione d’uomo.

I lettori di poesia sono stati sempre pochi, è colpa del “distillato”, dei poeti, degli editori, dei mass media?
Per me è colpa di tutti congiuntamente. Dei poeti perché spesso si chiudono in un aristocratismo, precipitando nell’astratto e nell’astruso, allontanandosi così dalla poesia onesta e genuina e chiudendosi in quelle che io chiamo “cumacche” poetiche dove solo gli “amici” possono entrare. Gli editori non favoriscono la pubblicazione dei testi poetici, se ciò avviene, avviene a spese dell’autore e senza nessuna distribuzione. Essi agevolano libri che fanno cassetta. Il pubblico culturalmente immaturo è spesso incapace di scegliere e di giudicare, appiattito com’è dall’abitudine alla ricezione passiva dei mass-media. La carenza di spessore culturale e di educazione alla poesia chiama sul banco degli imputati anche la scuola. La scuola può addebitarsi una parte di responsabilità nell’educazione alla poesia in quanto insufficientemente disponibile a fornire gli strumenti adeguati e indispensabili alla lettura del testo poetico. La scuola sollecita scarsamente gli stimoli psicointellettivi indispensabili allo sviluppo dell’intelligenza.

Qual è il tuo contributo alla diffusione della poesia siciliana?
Renderla più gradevole. Da tempo, convinto che per tirare fuori la poesia dal recinto dove si trova rinchiusa, porto in giro una conferenza spettacolo dal titolo “Allakatalla”. Si tratta di un cocktail di musica e poesia per far conoscere, anche agli studenti nelle scuole, le tradizioni e i valori di Sicilia che rischiano di scomparire. Così l’amore, il duro lavoro dei campi, la religiosità, la gelosia e persino la morte, negli usi e costumi della gente siciliana sono “cuntati” da me attraverso canzoni e versi che si perdono nel tempo. La performance è arricchita da antichi proverbi, gabbi e miniminagghi. Oltre ai canti conosciuti e meno conosciuti del XV e XVII secolo, appartenenti alla tradizione popolare, imbracciando la mia chitarra, recito versi e canto canzoni di autori contemporanei cui ho dato la musica.
La conferenza acquista, così, una dimensione visivo-fonico-gestuale tale che la poesia viene meglio recepita e apprezzata dalla gente. Lo so, in questo caso è la poesia che va verso il pubblico e non il pubblico verso la poesia: pazienza, qualcuno si deve pur muovere.

Alfio Patti

La parola ferma in gola

di Alessandro Giuliani

Un italiano regionale per raccontare i vizi e le virtù di un paese siciliano, quali appaiono all’ottica inquieta di chi, allontanandosene, non ha saputo, né voluto cancellarli dalla propria vita. La parola ferma in gola è un romanzo breve, ma intenso e avvincente. L’autore è Alfio Patti, giornalista, poeta e studioso di tradizioni popolari, siciliano autentico che trasfonde nel suo libro tutto se stesso: passione politica, vitalità idealismo, valori, ma anche sete di giustizia inappagata, delusione, amarezze, rabbia. La corruzione e il clientelismo, la sopraffazione e la sottile rete di connivenza che investe la società a tutti i livelli, la rassegnazione atavica di un popolo i cui migliori elementi sono spesso costretti a rinunciare a combattere e a partire per un Nord freddo e non sempre accogliente, ma per certi versi più vivibile. Sono solo alcuni tra i temi affrontati in questo romanzo “onesto” e dai toni “agro-dolci”, che non cede alle facili lusinghe di una visione manichea della realtà né tanto meno si abbandona ad abusate quanto fuorvianti descrizioni convenzionali. Ma che ci restituisce, piuttosto, un’immagine sfaccettata della Sicilia di oggi, con le sue luci e le sue ombre, le sue contraddizioni e la sua straordinaria bellezza, la sua cultura dalle antiche radici popolari e la sua incultura.

È, però, uno in particolare il filone scelto dall’autore a rappresentare emblematicamente l’avvento della modernità e del benessere apparente: non più la mafia tradizionale e il suo inattaccabile potere occulto, bensì quella più strisciante della speculazione edilizia degli anni Settanta-Ottanta, con il suo apparato di funzionari corrotti che, facendo leva sul colpevole silenzio di cittadini rassegnati e collusi, intascano tangenti in cambio di normali certificati di edificabilità, emessi senza le solite estenuanti e pretestuose lungaggini burocratiche. Il testo è incentrato sui personaggi, tratteggiati con potenza icastica non comune, pur senza mai scadere nella caricatura, che il protagonista incontra nel corso del suo breve soggiorno in terra natia in occasione della morte della madre. Per Gregorio la fuga dal paese per un definitivo rientro al Nord equivale, a questo punto, a una fuga da se stesso, da una Sicilia madre e matrigna. L’unica soluzione per sottrarsi alla sofferenza e al senso di colpa latente di chi si sente impotente e disarmato di fronte a soprusi ed abusi di potere, di chi rifiuta la logica qualunquista dello “sperto”. Il prezzo che paga Gregorio – stimato architetto, “emigrante” per ambizione, più che per reale bisogno – è, però, molto alto in termini di affettività, di emozioni, di identità, di entusiasmo per la vita. L’addio alla sua Sicilia è lo stesso delle migliaia di emigranti che varcano lo Stretto di Messina da più di un secolo e che avvertono, inesorabile, durante ogni traversata, un groppo alla gola.

La parola ferma in gola è, vuole la leggenda, quella dei marinai inghiottiti dai vortici del mare, forse la parola definitiva del moribondo, che dà un senso ultimo alle cose, suggellando ogni esistenza. Eppure, l’opera di Alfio Patti – inguaribile ottimista per istinto, anche quando i fatti non concedono spazio alla speranza – è, sì, pervasa da una sottile vena di malinconia e rimpianto, ma fugge ogni estrema negatività stemperando il dramma nell’ironia. Il suo linguaggio – intriso di regionalismi, di sapide espressioni gergali e di pillole di saggezza popolare proverbiale che ridanno voce a un mondo contadino in via di estinzione – offre momenti di travolgente allegria e delinea, con rapidi cenni, personaggi, caratteri, ambienti. E’ il caso di dire che Patti sollecita i cinque sensi del lettore catturando ogni particolare con l’immediatezza del cronista che scrive di realtà vissute e con la spontanea freschezza dell’affabulatore appassionato e innamorato della sua Terra.

Alfio Patti
«Una cosa è poesia in dialetto, una cosa è
poesia dialettale.

PRESENTAZIONE a
“Canzuneri ppi Rusidda” – Boemi, Catania 2006
di Rita Verdirame

 A metà dello scorso secolo il critico Pietro Pancrazi operava una distinzione all’interno della produzione in rima vernacolare: «una cosa è poesia in dialetto, una cosa è poesia dialettale. La poesia dialettale il suo nutrimento maggiore lo trova in atteggiamenti e sentimenti connessi al colore esterno e all’ambiente delle parole che usa; è più folclore che poesia. La poesia in dialetto invece non accetta folclore e al dialetto chiede soltanto l’espressione e il suono, la qualità intima che si richiede a ogni altra lingua». La categoricità dell’affermazione era attenuata però subito da una ulteriore messa a punto: «Ma sono poi due cose vicine e talvolta si mescolano: è fatale che chi scrive in dialetto cada talvolta nel dialettale»; così come – siamo indotti ad aggiungere – è evento quasi sempre verificabile nella rimeria dialettale che dal dato oleografico del “tipico” e da quello del “colore locale” di marca naturalistica si trascorra all’autenticità dell’ispirazione personale, e perciò si attivi l’accensione di simboli, suoni, allegorie di grande intensità espressiva e di fervida fantasmatica imagerie.
Accogliamo dunque la precisazione pancraziana – tutt’altro che una sfumatura, in quanto investe la sostanza della forma poetica – e facciamo nostro il riferimento alla “qualità intima”; da intendersi non quale categoria astratta e vagamente idealistica applicata alla parole dell’artista, ma come puntuale appello al valore evocativo e polisemo del dire poetico.
I versi che si avvalgono di quello straordinario medium linguistico, dalle potenzialità quasi illimitate e dalla freschezza continuamente rinnovata, che è il dialetto, si offrono infatti quasi sempre alla disamina dello studioso e alla fruizione del lettore ammantati da “un’aura” di suggestioni e riecheggiamenti, arricchiti da un corredo di contenuti, sostenuti da un sostrato di cultura, che riescono complessivamente a rivitalizzare la scrittura, al di là della fruizione di topoi desunti dalla tradizione letteraria.
Lingua endofasica e maternale – diceva Pasolini – ovvero linguaggio che attinge allo sconfinato universo emotivo individuale per recuperare segni e sensi di un’alterità da trasmettere con fonemi e tropi retorici non usurati, il dialetto – nelle sue più alte applicazioni poetiche – connota intere aree della produzione artistica italiana, fin da secoli lontani, per insediarsi nell’Otto e nel Novecento al centro dell’attività di scrittori impegnati ad arginarne la progressiva marginalizzazione. E se ciò è verificabile in ogni regione d’Italia, è tuttavia proprio in Sicilia che il fenomeno assume maggiore rilevanza, spesso scavalcando i limiti delle funzioni umoristico-ambientali e talune ipercaratterizzazioni comiche (presenti per esempio nelle commedie di Martoglio), per viceversa aprirsi alle sapide valenze della satira più attenta al versante sociale (testimoniata fin dal Settecento illuministico e sensista dalla Caristia, il poema tempiano – affresco scatologico e arditamente erotico – della plebe catanese in rivolta per fame atavica di pane e giustizia), oppure per abbandonarsi alle tonalità delle emozioni, ovvero per piegarsi a esiti espressionistici e a usi sperimentali, implementando in questo modo la lingua nazionale (indimenticabili i paradigmi novecenteschi proposti da Buttitta e da Santo Calì) .
Esiste dunque una “linea siciliana” della moderna poesia in dialetto, che affianca la “linea lombarda” (Porta) e quella “romana” (Belli), e che si impone ancor oggi per bellezza stilistica, per audacia linguistica e per valore estetico; smarcata dai tratti più vernacolari e qualificata dall’affinamento delle caratteristiche liriche che ne permeano pieghe e risvolti, la poesia di Nicolosi Scandurra – artista incolto ma sensibile nei moti d’animo e nella delicatezza della parola – si colloca in questa prospettiva. Ed è altamente significativo che sia oggi un altro poeta, caloroso e appassionato cultore del dialetto siciliano, Alfio Patti, a proporre il corpus di rime dello Scandurra, autore “teocriteo” (a detta del vate eteno Mario Rapisardi), o meglio “petrarchista” (secondo l’esegesi di Patti), inconsapevole eppur vibrante per echi interiori, estensore di quel monolotico canzoniere d’amore per Rusidda/Laura che il curatore, nella partecipe e pregnante introduzione, interpreta come un canto di «sentimenti fermi e coerenti», riconoscendone la caratura originale e autentica.CT2207-CR07-35

CT2607-CR08-33

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