“Radiusu” Pubblicazioni

Associazione Culturale “Radiusu” Pubblicazioni

Per volontà degli autori le pubblicazioni sono offerte a sostegno delle attività di ricerca sulla poesia in dialetto siciliano in cui il Centro Studi di Ricerca Allakatalla e l’Associazione Culturale Radiusu, presieduti da Alfio Patti, sono da decenni impegnati.
L’Associazione Radiusu, infatti, opera in tal senso dal 1991, anno della sua fondazione, senza scopo di lucro. Oltre alle attività di ricerca, l’Associazione Radiusu si occupa della divulgazione del patrimonio linguistico, storico e letterario della Sicilia nelle scuole, ora suggellata dalla Legge regionale n. 9 del 31 maggio 2011 che impone tale insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado della Sicilia.
L’Associazione Radiusu, inoltre, promuove conferenze-spettacolo aventi per protagonisti versi musiche canti e didascalie di motivi classici e moderni della Sicilia.

Pubblichiamo i tuoi lavori in qualità e senza vincoli e senza scopo di lucro.
Copyright riservato all’autore.

*   *   *   *   *   *   *

L’acqua della vita
di Nino Gringeri

Gringeri-L'acqua della vita“L’acqua della vita” completa e chiude il cerchio che il Nostro aveva aperto quasi per gioco.
Inizia “Per diletto” poi si aggrappa ad un “Filo d’erba” quindi dedica alla morte prematura del fratello un libro “Fratello” aggiungendo “Lacrimi” tutte siciliane per capire che ha trascorso la sua vita davanti al “Davanzale dei giorni” che scorrono tra realistico pessimismo e amorosa fede.
Ma per rinfrescare l’arsura dell’esistenza che esige refrigerio, egli mette innanzi tutto l’Amore che sente e prova per la vita e l’umanità: “Con la sete dei giorni, / arsi d’aspro calore, / è incerta la via della vita/. È incerta sì, perché i giorni sono beffardi e infingardi e non bastano mai.
Con “L’acqua della vita”, Nino Gringeri ci dà messaggi di speranza e l’acqua è qui anche battesimale, catalizzatrice di un processo evolutivo. Tutti sappiamo che dei quattro elementi del pianeta (terra, acqua, aria e fuoco) l’acqua è quello più presente nella speculazione simbolica e il più significativo sul piano psicologico per via del richiamo al liquido amniotico e all’origine della vita sul Pianeta. Ma il nostro autore non va alla ricerca di esoteriche metafore per spiegare che:

La sete attrista, attrista
la gente,
con il cuore angosciato
e mani calde di rosario invocano
il refrigerio.

Dio ascolta i suoi figli
che soffrono:
e cade benigna dal cielo
la pioggia,
dissetando tristezze
alla stremata Fede.”

E versi come questi ben si adattano anche all’angoscia dei nostri giorni e della nostra Epoca.

(dalla prefazione di Alfio Patti)

*   *   *   *   *   *   *

Il davanzale dei giorni 
di Nino Gringeri

Gringeri-Davanzale dei giorni«La poesia di Gringeri non è assimilabile e non fa parte a
nessuna delle correnti letterarie del suo e del nostro tempo. Egli l’ha forgiata in relazione alla propria visione del mondo. La metafora fa parte di un ingranaggio, ma non è leva che smuove il mondo. Da qui la purezza di alcune espressioni che sembrano sgorgare cristalline come da una polla d’acqua. La voce del “Fanciullino” di pascoliana memoria sembra per lunghi tratti
affiorare. Lo stile non è univoco, segue pensieri sofferti e
rabbie sopite. Quei versi folgoranti di puro intenso lirismo che si alternano con altri, invece, più sfumati e di minore potenza evocativa, non sono altro che facce della stessa medaglia.»
(dalla Prefazione di Santo Privitera)

«Nino Gringeri fu giornalista, poeta, critico letterario. Nacque a Pellegrino di Monforte San Giorgio (ME) il 15 ottobre del 1926 e si spense a Catania l’8 marzo del 2003.
Come giornalista sportivo scrisse su “Stadio” e “Il resto del Carlino”; giornale, quest’ultimo, con cui instaura fattivi rapporti di collaborazione.
Rivestì incarichi nell’ambito del giornalismo sportivo italiano e fu per molti anni consigliere nazionale dell’Unione Stampa Sportiva Italiana (Ussi). Nel decennio ’70-’80 pubblicò le raccolte di poesie in lingua italiana: Per diletto, Filo d’erba e Fratello. In siciliano dedica la raccolta Lacrimi

*   *   *   *   *   *   *

Tra ciuri d’aranci e spini santi
(La storia della donna siciliana nei cunti e nei canti popolari)
di Alfio Patti

CopertinaNel libro di Alfio Patti sull’universo muliebre siciliano, canti e versi ricostruiscono uno «spaccato storico-sociale che dal Medioevo arriva agli anni Cinquanta»

Tra ciuri d’aranci e spini santi” è il titolo del nuovo libro di Alfio Patti (Radiusu Edizioni), che illustra, con dovizia di particolari, l’omonimo spettacolo, imperniato sull’universo muliebre siciliano, narrato per mezzo di folgoranti “cunti e canti popolari”. «Questo lavoro offre uno spaccato storico-sociale che, partendo dal Medioevo, arriva fino agli anni Cinquanta del secolo scorso – dichiara Patti -. La protagonista è la donna siciliana. I fiori d’arancio rappresentano i sogni, l’amore, la sensualità, mentre le spine sante raffigurano le controversie, i dolori, le fatiche che il gentil sesso di Trinacria ha sempre sopportato con rassegnazione. L’idea di pubblicare questo libro, valorizzato dalle note di approfondimento, frutto di studi che durano da trent’anni, è nata dall’esigenza di soddisfare coloro che, dopo aver visto lo spettacolo, lanciato in occasione del centenario dell’indizione della giornata della donna (Copenaghen 1910), mi chiedevano dove avrebbero potuto leggere quanto espresso durante la mia performance. Con gioia porgo questo scrigno pieno di gioielli trovati nel grande baule della nostra cultura. Colgo l’occasione per ribadire che conoscere la propria cultura, oltre ad essere un piacere, è un dovere, ora suggellato dalla legge regionale n. 9 del 31 maggio del 2011 con la quale all’art. 1 si fa obbligo a tutte le scuole, di ogni ordine e grado siciliane, di insegnare il patrimonio linguistico e storico-letterario della Sicilia. È caduto, così, il tabù che ci impediva di parlare delle cose di Sicilia, perché ritenute di secondo livello e ridimensionate a mero folklore».
“Corteggiamento”, con i versi del poeta e drammaturgo italiano Alessio Di Giovanni, “Lu sonnu di la notti m’arrubbasti, ti lu purtasti a dormiri ccu tia” (“Il sonno della notte mi hai rubato, lo hai portato a dormire con te”), schiude l’opera suddivisa in sette sezioni. Subito in primo piano l’innamorato che, sotto la finestra dell’amata, defraudato del sonno, intona una serenata “per darle un saluto, per dichiararle i propri sentimenti, per chiederle la forza e il coraggio di allontanarsi promettendo che, una volta ritornato, non ripartirà”.
Segue “Fuitina” (“Fuga d’amore”), “quadro di vita popolare fra i più coloriti e rilevanti della nostra tradizione”. Un capitolo ricco di riferimenti e citazioni, tra cui la romantica serenata, “si t’affacci di la barcunata, quannu la vuci di l’amuri senti, torna lu suli intra la me jurnata, e scordu tutti li me patimenti”, scritta da Francesco Foti e musicata da Salvatore Riela. Diversamente, con “Ratto”, la narrazione affronta, un aspetto crucciante.
«Fino alla metà del secolo – spiega Patti -, accedeva che la ragazza veniva rapita, sequestrata e posseduta: in una parola violentata. Questo reato veniva poi sanato col matrimonio riparatore, art. 544 del Codice penale abrogato soltanto nel 1981». Seguono, rispettivamente, i capitoli “Matrimonio”, insaporito dall’eloquenza di proverbi pepati, “l’omu è u cummu d’â casa e i fimmini sunnu li culonni” (“l’uomo è il colmo della casa, le donne le colonne”), “di li fimmini lu papatu è lu statu maritatu”, (“delle donne il papato è lo stato di sposata”), e “Figli”, con tanto di “drammi”, colorite congetture, spropositati cicalecci di “amici e parenti ai quali la coppia doveva inventare sempre nuove scuse per giustificare l’assenza di discendenti”.
Patti avanza e, con “Solitudine”, pone l’accento sul ruolo delle “vedove bianche”, ovvero, tra fine Ottocento e anni Settanta del Novecento, le mogli costrette, loro malgrado, “ad amministrare l’economia, preparare la dote per le ragazze, educare i figli, mantenere il decoro e l’onorabilità della famiglia”, con i denari inviati dal marito emigrato per lavoro. Ancora, denuncia la violenza sulle donne ricordando “Cantu e cuntu” di Rosa Balistreri, brano dai toni amari e rivoluzionari sulle “infanzie rubate”, senza dimenticare, in chiusura, con “Perdere un figlio”, le signore alle quali la mafia ha strappato gli affetti basilari.
Un lavoro invitante che, nel segno distintivo della “parola che si fa poesia e della poesia che diviene canto”, difende il presente preservando il passato.
GRAZIA CALANNA
(da La Sicilia del 10 luglio 2014)

*   *   *   *   *    *   *

Un treno lungo più di cent’anni, da Enna a Castrogiovanni 
di Giuseppe Ferrante
in versione audiolibro

img457

Musical originale che narra e canta di una Sicilia problematica e triste, lieta e romantica d’altri tempi. Attraverso i dialoghi, la musica e il canto, la narrazione diviene sceneggiatura e teatro, così che il tempo del racconto appare eguale al tempo della storia.

La vita difficile di un uomo nella Castrogiovanni di fine ‘800 e in una Enna di primo ‘900. Un itinerario storico-sentimentale suggestivo e affascinante.
Le letture sono tratte dal romanzo di Giuseppe Ferrante “Un treno lungo cent’anni, sino ad Enna da Castrogiovanni”.
A cura dell’Associazione Culturale “Radiusu” – Sezione Audiolibri.
Narratore: Orazio Costorella. Brani musicali e canto dell’Aedo dell’Etna Alfio Patti.

img458

Si ringraziano Teresa Capriulo e Santo Conte.
© Copyright Associazione Culturale “Radiusu”
New Project Record di Salvo Conte – San Pietro Clarenza (CT)

 

 

 

 

 

*   *   *   *   *   *   *

Acquadiciuri 
di Angela Bono

Acquadiciuri

«Passionale e mistica, l’autrice, si alterna fra il richiamo del “respiro languoroso dei sensi” e la contemplazione del “Mistero Divino del cielo”. Apparentemente dicotomica riesce a colmare questo divario con la passione e la spasmodica ricerca d’amore, “di un germoglio d’amore”, come dice nella poesia Declivio o ancora in E cercu amuri, lirica nella quale spiega chiaramente che la sua è una ricerca d’amore cosmico e umano al tempo stesso. Anche quando si rivolge a Gesù nella poesia L’amore infinito si coglie un amore caldo, una figura di Cristo umanizzato.
Nel frattempo un’altra dimensione fisica e metafisica incombe sulla sua ricerca d’amore, ossia il tempo: “Scorre il tempo, / contaminato da paure, noie, delusioni,/” (Lo specchio della vita); ovvero “I jorna ammogghianu / paroli e pruvulazzu / non sacciu cchi diri, / cchi fari…/  – (I giorni avvolgono / parole e polvere / non so cosa dire / cosa fare…» (E cercu amuri).
(Dalla prefazione di Alfio Patti)

Paesi Etnei Oggi-Maggio 2014

Paesi Etnei Oggi – Numero di Maggio 2014

 

 

 

 

 

 

 

La Sicilia dell'8 maggio 2014

La Sicilia dell’8 maggio 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

*   *   *   *   *   *   *

La Stràula di don Nenè
di Giuseppe Ferrante

Copertina-La stràula di don Nenè«“La Stràula di don Nenè”, ospite nella collana Mandrerosse dell’Associazione Radiusu Edizioni. Romanzo. Non a caso l’autore ha cercato di ricucire i tasselli del mosaico Sicilia, per dare una risposta a se stesso, prima che agli altri.
Egli si è chiesto se la Sicilia è una terra senza speranze oppure le cose possono cambiare.
Dall’alto della saggezza dei suoi anni, ne ha compiuto ottanta, è disincantato ma non si sente sconfitto. Anche in questo romanzo, così come in quelli precedenti, troviamo un protagonista, Paolo, e un mezzo di locomozione, l’aereo, che ancora una volta porta lontano i figli migliori della Sicilia.
Ferrante, quindi, dall’Ottocento, con il Treno lungo cent’anni, passando attraverso lo sbarco degli alleati del 1943 e la guerra, arrivando agli anni ’50 col Politeista di provincia si allunga quasi fino ai nostri giorni per comprendere e descrivere l’evoluzione e trasformazione della Sicilia.
Il nuovo romanzo mette a confronto due realtà. Da un lato il movimento della beat generation con le idee rivoluzionarie marxiste per ottenere un mondo migliore, dall’altro una società corrotta, nella figura di Fregola falso avvocato e faccendiere, pronta a stare a guardare che gli altri facciano la rivoluzione per arrivare, poi, a cose fatte e sedersi a tavola. E ancora troviamo due realtà a confronto, due amici, Paolo, il protagonista del romanzo e il suo amico Luciano detto il “Gramsci” per via delle ideologie marxiste.»

«Questa stràula, su cui viaggiamo da troppo tempo, ha bisogno delle ruote della civiltà, ma solo quando la campagna sarà stata arata dalle nostre mani. », scrive Ferrante.

(Dalla prefazione di Alfio Patti)

*   *   *   *   *   *   *

Cchiù luntanu di na stidda
di Francesca Privitera

Cchiù luntanu di na stidda, di Francesca Privitera

Cchiù luntanu di na stidda, di Francesca Privitera

«Cchiù luntanu di na stidda, quanto più lontano possibile per guardare il mondo da un’altra angolazione che è diversa da quella cui siamo abituati a guardare.
Proiettarsi in un punto imprecisato dell’Universo e guardare la Terra e i suoi abitanti, più invisibili degli acari, darebbe alla nostra autrice l’idea di essere immortale.
Immaginare l’Infinito che finisce e ricomincia; immaginare la vita degli uomini come un miracolo, nonostante tutto, è la condizione nella quale Francesca Privitera trova ispirazione a scrivere e a dipingere ma anche piacere a vivere. (…)
La sua è una poesia popolare, di quelle che ancora resistono e possiedono una sincera autenticità, oggi in via di estinzione. Ben vengano, dunque, poetesse come Francesca Privitera che va poetando in circoli e salotti, sempre desiderata perché la sua poesia piace e fa divertire riflettendo.
Vi è anche l’uso del dialogo, della forma diretta usata a cavallo il XIX e XX secolo da diversi autori fra cui quelli che ho già citato prima.»

(Dalla prefazione di Alfio Patti)

*   *   *   *   *   *   *

Falò 
di Sciabò Melania Vinci

Falò, di Sciabò Melania Vinci

Falò, di Sciabò Melania Vinci

«L’amore, il tempo e un rapporto a due esclusivo in cui il mondo resta fuori.
Un amore nutrito tra “freschezza e calore”; un amore acceso, furente ma anche finito, rimpianto. L’amore per l’amore. “Sarò, sarai, saremo / anime appollaiate / sulla gobba della notte / vive e confortate dal silenzio” (Noi due). Un fuoco che si consuma nel tempo che solo la morte può dividere: “Al primo albore / mentre gomitoli di parole / scendono silenziose / le scalinate del distacco / con l’ultimo rimpianto / i lembi disfatti di un sogno / l’una ritorna luce / l’altro, spente le luci / resterà cenere” (Noi due). Un falò per il cuore di Sciabò Melania Vinci affinché bruci in eterno “perché sia luce alla nostra vita” (Freschezza e calore).
Nella poesia di Sciabò Melania Vinci, al suo primo esordio con questa silloge, troviamo tutte le contraddizioni dell’amore e degli innamorati, ma anche la presenza di un mondo poetico che fu neoclassico prima e romantico dopo.»

(Dalla prefazione di Alfio Patti)

*   *   *   *   *   *   *

Cancia lu ventu
di Cinzia Sciuto

Cancia lu ventu, di Cinzia Sciuto

Cancia lu ventu, di Cinzia Sciuto

«Sin dalle sue prime poesie si ha l’idea di una donna tenace che ha voluto dare una svolta alla sua esistenza, e ci è riuscita. Si è guardata attorno e si è rimboccata le maniche. Si è affidata al vento: “Cancia u ventu, / e si porta d’appressu a me vita / ppi futtiri a morti.”.
La poesia come strumento per esorcizzare la morte? Ma qui non si tratta della morte intesa come fine della vita ma della morte interiore, dello spirito che è cosa ben più grave.
Kierkegaard, filosofo danese, che rifiuta la costruzione sistematica della filosofia di Hegel, sosteneva che il peccato più grande che possa commettere un uomo è quello di abbandonarsi alla disperazione perché, da buon cattolico qual era, sosteneva che la disperazione fosse la malattia che colpisce l’anima facendola morire. Affidare al vento la propria anima per non farla morire, dunque, è ciò che ha fatto la poetessa catanese Cinzia Sciuto.
Nelle sue liriche gli elementi che ricorrono spesso sono il vento e il sole. Essi rappresentano il mondo maschile, inafferrabile da un lato, rassicurante e caloroso dall’altro.
La luna, simbolo femminile per eccellenza, invece, viene citata solo una volta: “Na cosa granni / a voi sapiri…? / Non tâ dicu, / m’â portu ccu mia, / a fari strata, / scansiannu chiantu di luna / e ventu di vantu.”. Qui la luna la si vuole evitare perché è una luna piangente (la stessa autrice? Oppure la madre?), con lei si vuole evitare l’effimero, la vuota superbia.
A suffragare questo assunto è la poesia “Vuleva a tia” nella quale la poetessa chiaramente “accusa” la madre per non averle dato ciò che di più importante voleva nell’età dell’adolescenza: Matri… / mi mancava u tò ciatu supra a facci, / a me vita era tutta ô sbucciari, / ma tu fridda / non mi davi u caluri / dô suli quannu abbrazza forti u mari.

(Dalla prefazione di Alfio Patti)

2 risposte a “Radiusu” Pubblicazioni

  1. Pingback: Su’ li palori | alfio patti

  2. Pingback: Acquadiciuri di Angela Bono, presentazione al Castello di Leucatia | alfio patti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...