Il dialetto dell’Etna tra lotta e disincanto

Da “La Repubblica”, 25 aprile 2012, sezione Palermo – Recensione dello scrittore Domenico Seminerio al nuovo libro “Cca sugnu” di Alfio Patti

Domenico Seminerio durante un intervento a Le Ciminiere di Catania – Presentazione libro Cca sugnu di Alfio Patti. Relatore Enzo Trantino

“Cca sugnu”: è la risposta malandrina di chi vuole resistere a una minaccia o a una prepotenza, ma anche la risposta bonaria a chi chiede come si va, e ancora l’affermazione decisa di chi non s’arrende alle traversie della vita. “Cca sugnu” (Eccomi): due parole, buone per molte situazioni esistenziali, buone per chi non ama i lunghi discorsi e le querimonie prolungate. Due parole che sono anche il titolo della terza raccolta poetica di Alfio Patti, l’Aedo dell’Etna, come è stato definito e come ormai è conosciuto, si può ben dire, in tutto il mondo. Poesie in vernacolo, nel dialetto che si parla ancora alle falde del vulcano. Terza raccolta, dicevamo, a formare un trittico organico con le prime due raccolte: “Nudi e crudi” e “Jennuvinennu”. Un trittico dove Alfio Patti ha dato visione completa del suo animo e dei suoi sogni e delle sue antipatie. Delle sue possibilità espressive, anche. Una raccolta, “Cca sugnu”, che ci presenta l’Aedo disilluso ma non rinsavito, come il foscoliano Didimo Chierico: disilluso, perché vede che non cambia niente, che le parole del poeta non servono a niente: “A puisia / pumata ppi feriti ca non sànanu… / e fazzu finta ca non haiu caputu”. Non è rinuncia alla lotta, ma constatazione dolente della inanità di tutti gli sforzi, presa d’atto d’una condizione esistenziale che dismette nel tempo pure la speranza: “Certu ca aviri coscienza / e non putiri fari nenti è cosa c’avvilisci / ca umilia, ca distruggi… / Si m’ammazzu ci fazzu ’n favuri / si campu ci nni fazzu n’autru.” Ma Alfio, nel fondo del suo cuore, anche se dichiara che “Stu pisu di l’impegnu / mi finiu”, è sempre lui, non è rinsavito, conserva le sue illusioni, che sono poi le illusioni dei buoni e dei giusti, costretti a convivere e a soccombere contro chi tenta sempre “di schifiari a ragiuni / jucari c’â verità / a trasi e nesci. / Iù manìu i paroli / e mi ni fazzu scudu: /nuddu è cchiù forti di n’omu nudu.” La forza del poeta, la forza di chi ha solo parole ed è perciò tenuto in sospetto,  tenuto lontano: “ Vittimi e carnefici / ficiru società / e i pueti / arristaru fora. / Si scàntanu de’ pueti / ca non hannu fucili / né bummi né cannuni. / Facìstivu società ch’ê carnefici / e vi lamintiati cch’î pueti”. Poesia dialettale, ma poesia colta, ricca di richiami al mito e alla storia, radicata nella realtà d’una Sicilia proteiforme ma sempre identica a se stessa. Una poesia “piena di forza e di soavità”, come “il sirventese del trecento” di carducciana memoria.

Domenico Seminerio

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Informazioni su alfio patti

Poeta, aedo e cantore di Sicilia. Studioso della lingua e della cultura siciliana
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