Etna Blues Festival con le note di Roland Tchakountè e un mix di blues e sicilianità

di Giuliana Papa

Una serata all’insegna dell’entusiasmo e del calore del pubblico, seppur con qualche inconveniente tecnico, ha accolto il bluesman Roland Tchakountè al Parco Trinità Immagine-133-Copia2Manenti di Mascalucia, ormai da anni capitale del blues etneo. Appuntamento imperdibile per gli amanti del genere, l’atteso festival estivo – organizzato anche quest’anno dall’Associazione In Blues e presentato dal giornalista torinese Marco Basso – ha proposto, per introdurre la prima delle tre serate musicali, un artista africano di indubbio talento, con un background atipico.

Primogenito di 8 figli, cresciuto nel ghetto di New Bell in Dauala, nel sud del Camerun, Tchakountè fin da giovanissimo è segnato da esperienze di sradicamento e di povertà, ma forse proprio per questo interpreta l’essenza più profonda del blues, con la sua testimonianza di dolore e di speranza, di migrazione ma anche di attaccamento alla terra Roland_Tchakount_d’origine. Raggiunge il successo nel 2008 a Parigi con l’album “Wake” che allude al viaggio come scoperta, apertura e condivisione tra popoli e culture. La dimensione del viaggio, infatti, lo accompagnerà fino ad oggi, nel corso delle sue tourneé in giro per il mondo in cui presenterà l’ultimo album “Ndoni”. Eppure, l’artista porterà sempre con sè le sue radici africane. E’ così che “mamma Africa”, cui dedica svariati brani nel corso dell’esibizione, entra da protagonista nella sua musica attraverso il linguaggio nativo, il bamilekè parlato dagli abitanti del sud-est del Camerun, fondendosi con ritmi e sonorità blues e rock.

027Ma il valore aggiunto dell’edizione 2013 della kermesse è certamente l’inserimento in programma, oltre alle previste band introduttive come la formazione messinese Hideaway e i Rag Ion Hell che si sono esibiti dalle 21 in poi, del progetto Sicily in Blues. Su un’idea del giovane musicista Marco Corrao e con il contributo dello studioso di cultura siciliana e aedo Alfio Patti, si presenta un mix di canti antichi di minatori e contadini siciliani riarrangiati dai due artisti alla riscoperta di suggestive affinità tra realtà solo apparentemente lontane: quella dei canti degli schiavi afro-americani, in cui affonda le radici il blues, e quella, non meno dolorosa, dei nostri migranti del secolo scorso e dei minatori siciliani. Suoni semplici e primitivi come quelli di Roland Tchakountè, ma soprattutto – spiegano Corrao e Patti – “la stessa sofferenza, fattori culturali in comune quali una certa rassegnazione mista a fatalismo, la superstizione, quei toni di malinconia che stemperano il dolore, ma anche la vitalità che si esprime nel canto e in una vita vissuta coniugando solo il tempo presente e mai quello futuro”. Peccato che le introduzioni al progetto abbiano lasciato forse troppo poco spazio all’esibizione vera e propria e all’esecuzione dei brani.

Informazioni su alfio patti

Poeta, aedo e cantore di Sicilia. Studioso della lingua e della cultura siciliana
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